Lunedì, 17 Giugno 2024
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Garattini Raimondi scioglie l’enigma di Turandot con la poesia

Recensione di Turandot di Giacomo Puccini in scena al Verdi di Trieste dal 12 maggio al 21 maggio 2023

 

La Stagione d’opera e balletto del Verdi si chiude con Turandot, titolo amatissimo dal pubblico triestino che ha riempito in ogni ordine di posti il teatro nella recita cui abbiamo assistito.

Diciamo subito che i lunghi applausi e le acclamazioni finali, alcune francamente di complessa comprensione, sanciscono un ampio successo complessivo, che però merita dei distinguo.

Cominciamo dalla parte musicale. Il direttore, Jordi Bernàcer,  sceglie una lettura concitata, con volumi tuonanti ,che spesso mettono in difficoltà alcune delle voci.

Offre una visione personale della partitura, che rinuncia a sfumature e crepuscolarità , che costringe i cantanti ad un costante duello con la sempre affidabile orchestra del Verdi, coadiuvata per l’occasione dalla Civica Orchestra di Fiati ‘G.Verdi’-Città di Trieste,  e che alle volte cozza con l’eleganza della messa in scena.

Sorte analoga tocca al coro, diretto come sempre da Paolo Longo,che offre una prova di grande impatto sonoro,ma anche una buona resa scenica, con movimenti abilmente coordinati alla narrazione musicale.    

Corretta la prova de  I Piccoli Cantori della città di Trieste diretti da Maria Cristina Semeraro, certo non favoriti dalle scelte direttoriali, comunque premiate dagli applausi finali del pubblico.

Nel settore delle voci, brillano nei ruoli minori sia il principe di Persia sicuro e stentoreo di Massimo Marsi, che le solide e suggestive ancelle  della  affidabile Federica Guina, che ritorna meritamente a parti solistiche e dell’elegante Luisella Capoccia.

Alterna la resa vocale di Gianluca Sorrentino, Altoum, mentre mette in evidenza un mezzo vocale solido ed efficace il lussuoso Mandarino di Italo Proferisce.

Interessanti  e ben coordinate, sia vocalmente che scenicamente le tre maschere: Pang era una valido Saverio Pugliese, Pong era il sempre raffinato Enrico Inviglia e nella parte di Ping ha brillato Nicolò Ceriani, artista eclettico che ancora una  volta ha dato prova di talento ed affidabilità, oltre che di un mezzo vocale omogeneo e sicuro.

Lo stesso non si può dire di Marco Spotti, interessante scenicamente ma vocalmente  poco brillante e neppure per Ilona Revolskaya, Liù dalla voce scura, di una qualche suggestione negli acuti, ma incerta nella pronuncia, spesso coperta dall’orchestra, con un suono vibrato e  poco omogeneo.

Restano i due protagonisti, che hanno retto l’onere di due ruoli molto impegnativi.

Amadi Lagha è tenore generoso, con grande facilità all’acuto, fiati ampi, un bel colore e negli anni ha saputo fare suo Calaf anche dal punto di vista scenico.

Questa non era l’occasione per sperimentazioni intimiste, visto il taglio orchestrale ed il tenore ha saputo tenere testa all’irruenza sonora voluta dal direttore con grande professionalità ed opulenza di mezzi, cesellando ogni pagina e cantando  un intenso ‘Nessun Dorma’,premiato da ovazioni e richieste, non accolte, di bis.

Kristina Kolar, che come Lagha  era protagonista dell’ultima ripresa del titolo pucciniano a Trieste, si è confermata una valida Turandot. Non ha i mezzi della Dimitrova, le manca la sensualità della Patanè, ma alla fine la sua è una Principessa credibile, solida ed aspra, che la scelta di concludere la rappresentazione con la morte di Liù avvolge di ulteriore mistero.

Il bel costume ideato per lei da Danilo Coppola la premia, offrendole una sorta di corazza di porcellana, che la rende più lontana dal mondo, prigioniera del passato, ma anche difesa dall’attacco dei sentimenti, almeno fino alla morte di Liù, quando il baluardo virginale comincia a cadere a pezzi.

Non sappiamo come finirà la vicenda, perché si è scelto di chiudere lo spettacolo all’ultima nota autografa di Puccini, secondo un uso sempre più frequente, forse meritorio musicalmente ma certo non drammaturgicamente.

Affrontiamo quindi l’ultimo aspetto: la narrazione scenica.

Dal punto di vista visivo, Paolo Vitale, autore anche del suggestivo disegno luci, ha ripreso le strutture che aveva ideato per l’edizione di quattro anni fa, sublimando geometrie essenziali ed  integrandole con proiezioni eleganti, che animavano la scena senza sostituirla, ma arricchendola.

Ha saputo costruire una macchina teatrale funzionale,  estremamente malleabile, dimostrando un’ottima conoscenza delle caratteristiche del palcoscenico giuliano, evitando tutte le aree dall’acustica sfavorevole e consentendo al regista di giocare efficacemente sui più livelli nei quali ha articolato l’azione.

I costumi, ideati da Davide Coppola , sono, come si diceva, molto suggestivi.

Neri  per  il popolo di Pechino, bianchi, arricchiti di frammenti di porcellana, per la corte imperiale, trasportano l’azione in una dimensione metafisica, universale, per nulla bozzettistica e folclorica.

Ma quello che realmente ha reso speciale lo spettacolo è stato il taglio registico di Davide Garattini Raimondi, coadiuvato da  Anna Aiello , che ha regalato una  lettura di grande poesia, ricca di riferimenti e citazioni, senza essere mai autoreferenziale o, peggio, saccente.

Si mescolavano più piani di lettura, offrendo, a seconda della sensibilità ed degli interessi di chi assisteva allo spettacolo, riferimenti teatrali, cinematografici, letterari, storici.

Niente era per caso, anche il più piccolo gesto  era meditato e ricco di rimandi: dall’accartocciarsi delle maschere mute, quasi una rinuncia all’identità da parte delle tre maschere, al ritmo da catena di montaggio dei pacchi che scorrono di mano in mano all’apertura dello spettacolo; dalle proiezioni di volti cui sembra rubata l’identità agli occhiali di Timur, un po’ Lennon, un po’ grande cinema.

Un’opera che era fuori dal tempo ma assolutamente attuale, coerente, in grado di emozionare profondamente chi riusciva a coglierne la poesia. Una Turandot simbolica ed intensa, che scava nella memoria di tutti e di ognuno, che  forse una lettura musicale meno irruenta avrebbe premiato con una suggestione ancora più ampia.

Impossibile non domandarsi se la scelta di fermarsi alla morte di Liù sia la migliore possibile, soprattutto quando sul libretto di sala si  è optato per una trama che fa trionfare l’amore e capitolare la regina di ghiaccio.

Alla fine copiosi applausi per tutti ed ovazioni per Lagha, autentico trionfatore della serata.

 

Gianluca Macovez

16 maggio 2023

 

informazioni


TURANDOT
Musica di Giacomo Puccini
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Edizioni Casa Ricordi, Milano
Maestro Concertatore e Direttore JORDI BERNÀCER
Regia DAVIDE GARATTINI RAIMONDI
Scene e disegno luci PAOLO VITALE
Costumi DANILO COPPOLA
Assistente alla regia e movimenti scenici ANNA AIELLO

Personaggi e interpreti

Turandot
KRISTINA KOLAR 

Calaf
AMADI LAGHA 

Liù
ILONA REVOLSKAYA 

Timur
MARCO SPOTTI 

Ping NICOLO’ CERIANI
Pang SAVERIO PUGLIESE
Pong ENRICO IVIGLIA
L’imperatore Altoum GIANLUCA SORRENTINO
Mandarino ITALO PROFERISCE

Prima ancella
FEDERICA GUINA 

Seconda ancella
LUISELLA CAPOCCIA 

Il principe di Persia
MASSIMO MARSI 

Con la partecipazione del coro I Piccoli Cantori della città di Trieste diretti dal M° CRISTINA SEMERARO e della CIVICA ORCHESTRA DI FIATI “G. VERDI” – CITTÀ DI TRIESTE


ALLESTIMENTO DELLA FONDAZIONE TEATRO LIRICO GIUSEPPE VERDI DI TRIESTE

Maestro del Coro PAOLO LONGO
ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELLA FONDAZIONE TEATRO LIRICO GIUSEPPE VERDI DI TRIESTE

 

 

 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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