Ad A allo Spazio Diamante: la distopia come specchio, sfocato, del presente

Recensione dello spettacolo “Ad A.” in scena allo Spazio Diamante di Roma dal 16 al 19 ottobre 2025

 

Lo spettacolo Ad A., in scena allo Spazio Diamante, merita attenzione per il coraggio con cui affronta temi spinosi quali l’Alzheimer giovanile, il diritto all'eutanasia, l’abbandono istituzionale dei fragili. Sara Esposito – qui autrice, regista e interprete – sceglie una lente distopica per raccontare la storia di Ada, donna affetta da demenza giovanile, del marito Pietro e del fratello Max. Ambientato in un 2035 dove la scienza è immobile e il pensiero libero è un crimine, lo spettacolo costruisce un futuro oppressivo in cui i soggetti deboli vengono internati e dimenticati. È nel rapporto tra questa cornice fantascientifica e la vicenda personale dei tre protagonisti che si gioca la sfida drammaturgica più interessante e più complessa del lavoro.

La scelta di proiettare la vicenda nel futuro non è casuale. Esposito usa la distopia come dispositivo di straniamento brechtiano: creare distanza per stimolare la riflessione critica. In parte ci riesce. Il 2035 immaginato richiama scenari inquietanti non lontani dalla nostra realtà: isolamento delle persone fragili, abbandono delle famiglie, terapia medica come controllo sociale. La denuncia è palese: dietro il futuro ipotetico si nasconde un presente fin troppo reale. Tuttavia, questa società oppressiva resta troppo nell'ombra, quasi intangibile. I meccanismi del potere si percepiscono ma non prendono forma concreta sulla scena. La distopia funziona più come premessa narrativa che come elemento drammaturgico attivo, creando un effetto ambivalente: da un lato amplifica la portata universale della storia dedicata a tutte le "A" dimenticate, dall'altro rischia di stemperare l'impatto emotivo della vicenda personale, che avrebbe colpito più a fondo se ambientata hic et nunc.

La vera forza dello spettacolo della Compagnia Nous sta nelle interpretazioni. Esposito divide il palco con due giovani attori, Sebastiano Gavasso e Valerio Lombardi, che riescono a dare corpo e voce a personaggi altrimenti a rischio di restare troppo simbolici. Esposito stessa restituisce una Ada caratterizzata da una fragilità mai patetica, capace di momenti di autentica intensità emotiva. Nel suo oscillare tra lucidità e deriva cognitiva, riesce a far trasparire la disperazione di chi sente la propria mente fuggire via senza poterla trattenere, alternando momenti di dolorosa consapevolezza a derive surreali gestite con raffinata delicatezza. Sebastiano Gavasso interpreta Pietro, il marito che resta al fianco della moglie malata, con misura notevole. Non cade nella trappola dell'angelo custode retorico ma rappresenta la fatica concreta di chi ama e cura, oscillando tra tenerezza e frustrazione, dedizione e impotenza. È forse il personaggio teatralmente meno sviluppato poiché gli manca un vero conflitto interiore, una crepa che lo renda più complesso, eppure Gavasso colma questa mancanza con una presenza scenica intensa ed empaticamente efficace. Valerio Lombardi dà vita a un Max con un'energia nervosa che rappresenta bene la doppia dipendenza, chimica ed emotiva, del personaggio. Il fratello tossicodipendente introduce un registro più surreale e destabilizzante: le sue allucinazioni, mescolate a quelle di Ada, creano momenti scenici suggestivi, anche se questo espediente non sempre trova una direzione narrativa chiara. È merito dell'interpretazione se questi passaggi, pur nella loro ambiguità, mantengono una tensione emotiva riconoscibile.

La scenografia è essenziale: una stanza bianca con pochi oggetti simbolici che funziona come spazio mentale prima che fisico, come gabbia interiore più che luogo concreto. È una scelta stilistica coerente con la dimensione distopica dello spettacolo e con l'approccio «socratico» dichiarato dalla regista. Tuttavia, questo minimalismo resta più una dichiarazione d'intenti che un elemento scenico attivo, e si ha l'impressione che la messinscena potrebbe osare di più nell'uso organico dello spazio e dei corpi. La distopia è evocata, la malattia raccontata, l'oppressione dichiarata. Manca un maggiore coraggio nel mostrare: il teatro vive di incarnazione, di corpi che agiscono, di conflitti che si manifestano fisicamente. Lo spettacolo parla di tutto questo, ma esita nel momento di farcelo toccare con mano.

Conclusioni: un esperimento da completare

Ad A. non è uno spettacolo perfetto, ma è un esperimento coraggioso e onesto, sorretto da interpretazioni di livello. Sara Esposito dimostra un’elevata sensibilità autoriale e una buona capacità di direzione attoriale, guidando i suoi due compagni di scena con mano sicura. La Compagnia Nous ha gli strumenti tecnici e poetici per costruire teatro pensante. Con una maggiore sintesi drammaturgica, un rapporto più organico tra cornice distopica e storia intima, e soprattutto un maggiore coraggio nel portare sulla scena – fisicamente, concretamente – i temi evocati, questo lavoro potrebbe diventare davvero dirompente. Per ora resta un cantiere aperto che merita di essere visto e discusso, un primo importante passo verso un teatro che non ha paura di affrontare le grandi domande del nostro tempo.

 

Diana Della Mura

20 ottobre 2025

 

 

 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014