Allo Spazio Diamante in scena Ashes: il suono come atto supremo di esistenza

Recensione dello spettacolo Ashes in scena al teatro Spazio diamante di Roma dal 17 al 22 marzo 2026

 

La scena è spoglia. Solo quattro leggii e un sintetizzatore. È proprio da questa scenografia scarna che è possibile intuire cosa aspettarsi da Ashes. O forse no. Fin dall'inizio si comprende che il tipo di spettacolo che ci si aspettava non arriverà, e che proprio questa è la scommessa. Una tosse. Un «Papà?» lanciato nel vuoto. Il rumore sordo di qualcosa che cade. Poi silenzio, poi musica, e ancora una voce che chiede dove ha messo le chiavi della macchina. Siamo dentro una testa che ricorda: quelli che sentiamo sono i ricordi che potremmo aver accumulato noi stessi.

Ashes è l'ultimo lavoro della compagnia romana Muta Imago, guidata da Claudia Sorace e Riccardo Fazi, ed è uno spettacolo in cui il teatro smette di essere rappresentazione per diventare costruzione sonora. E come ogni costruzione ambiziosa, può essere fredda o calda a seconda di chi ci entra.

Quattro gli attori sul palco — Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano, Arianna Pozzoli — in abiti civili, ciascuno posizionato davanti a un microfono. Le luci di Maria Elena Fusacchia scandiscono lentamente il tempo scenico, mentre Lorenzo Tomio con chitarra e sintetizzatore costruisce un tessuto sonoro che non illustra, non commenta, non sottolinea, ma prende vita insieme alle voci. La scena non cambia mai fisicamente; il tempo, invece, non smette un secondo di farlo. Ciò a cui si assiste è un flusso di frammenti che sgorgano ininterrottamente, come i ricordi di una mente che non vuole — o non riesce — a fare ordine.

Qui non si racconta una storia, ma qualcosa di più difficile: il modo in cui la memoria funziona davvero, che non è cronologico né ordinato e non ha rispetto per la nostra necessità di senso. La memoria accumula, sovrappone, confonde il momento in cui tua madre aveva quarant'anni con quello in cui ne aveva settanta, colloca lo stesso pomeriggio d'estate in tre epoche diverse e pretende che tu stia al gioco. Ashes fa esattamente questo. E siccome lo fa attraverso il suono, lo spettatore è esposto e coinvolto in modo più diretto.

Lo spettacolo, infatti, può risultare difficile da reggere, perché in quel flusso sonoro girano cose che appartengono a tutti e che nessuno ha voglia di guardare in faccia troppo a lungo: la fragilità di chi invecchia, il momento in cui ti accorgi che qualcuno che ami sta dimenticando le cose e che il dimenticare è la prima forma di addio, la certezza che anche tu, un giorno, sarai la voce dentro la testa di qualcun altro. In questo modo lo spettacolo non intende rappresentare soltanto la memoria individuale, ma mostrare anche la violenza discreta con cui il tempo standardizzato organizza l'esistenza collettiva. Ogni frammento è un cortocircuito tra il tempo soggettivo e dilatabile di ciascuno di noi e il tempo del mondo, che va avanti anche senza aspettarci. La scelta di non costruire un arco narrativo lineare non è nichilistica: è la forma più onesta di mettere in scena la memoria umana.

Il pubblico più attento si accorgerà che Ashes custodisce una doppia anima. La prima è quella di un concerto: lo spettacolo può essere vissuto ad occhi chiusi, abbandonandosi al flusso sonoro come si fa con la radio e lasciando che siano le voci a costruire una scena immaginaria. La seconda è quella di una performance smontata: assistendo a occhi aperti, le fonti dei suoni sono rivelate non per disincantare, ma per amplificarne l'efficacia. Queste due modalità di ricezione non si escludono, possono alternarsi e sovrapporsi, e il fatto che lo spettacolo regga entrambe è, tecnicamente, un risultato raro.

Conclusioni

Ashes richiede una disponibilità da parte del pubblico che non è scontata né dovuta. Chi entra aspettandosi una storia da seguire uscirà disorientato, forse deluso. Chi cerca nel teatro un modo per rispecchiare le proprie emozioni attraverso personaggi in cui riconoscersi troverà tutt'altra messinscena.

Quella di Muta Imago è una scelta artistica radicale, consapevole e decisamente rischiosa, perché esige dallo spettatore una disponibilità all'abbandono che non è naturale, che va costruita nei primi minuti e che, se non arriva, rischia di trasformare l'intero spettacolo in un groviglio di suoni confusi e privi di senso. Se vogliamo, questo può essere visto come un limite: è la sua conditio sine qua non.

Questo tipo di teatro immersivo richiede una buona dose di fiducia: una volta seduto, lo spettatore firma un assegno in bianco e spera che venga riscattato prima che le luci si riaccendano. Per chi quell'assegno lo firma, il ritorno è ampiamente ripagato.

 

 

Diana Della Mura

20 marzo 2026

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014