Recensione di ‘Madama Butterfly’ al Teatro Verdi di Trieste
Nel nostro tempo ci sono sempre più spesso delle dipendenze: dall’alcol, dalla droga, dal computer, dal telefonino.
A Trieste pare ci sia una dipendenza da ‘Madama Butterfly’. Come spiegare, altrimenti, la presenza del titolo in ben sette stagioni dal 2002, tenendo oltretutto conto che in questo periodo c’è stata la chiusura per il Covid? La storia della piccola giapponesina è andata in scena 46 volte in meno di 25 anni. Un record.
Peraltro gli spettacoli sono stati premiati da serie di sold out, con settimane di anticipo rispetto alla prima. Che testimoniano il piacere per il titolo ed una fiducia preventiva negli spettacoli, francamente non sempre ripagata.
In questi anni ci sono state Cio Cio San da manuale, a cominciare da una insuperata Fiorenza Cedolins che ha cesellato una delle grandi pagine della storia del Verdi, con Pinkerton vocalmente di grande rilievo, come Francesco Hong ed il sempre più bravo Luciano Ganci. Ma anche diversi scivoli. D’altra parte un tempo, quando ancora si pensava che nel mondo dell’opera ci fossero delle regole, il ruolo della protagonista era un punto d’arrivo in una carriera, una di quelle tappe che segnavano la scelta del repertorio. Cio Cio San richiede estensione, potenza, ma anche delicatezza, luminosità di suono, filati. Si diceva, sempre in quel tempo remoto in cui i cantanti avevano un repertorio e non erano considerati, da agenti e direttori artistici, dei Superman del pentagramma, spesso costretti, però, a lasciare presto le corde vocali sullo spartito, che chi cantava quella parte non poteva affrontare ruoli spinti come Turandot od Abigaille. Sono state grandissime interpreti di questo ruolo la Olivero, Mirella Freni, la Kabaivanska, la Cedolins e nessuna di loro è stata la figlia di Nabucco e tantomeno la principessa di ghiaccio.
Oggi non è più così, ma si sente e si vede.
Ma andiamo con ordine.
Lo spettacolo triestino è una ripresa dell’allestimento già visto nel 2019 e nel 2021, firmato per le scene da Emanuele Genuizzi e Stefano Zullo.
Una soluzione agevole, elegante, con delle pareti mobili che si spostano in continuazione e tratteggiano l’idea degli ambienti della casa giapponese. Le luci , in alcuni momenti realmente bellissime, di Stefano Capra nobilitano ulteriormente lo spettacolo.
Una soluzione del genere, comunque, consegna ai cantanti un palcoscenico vuoto, uno spazio enorme che sicuramente non facilita l’emissione, situazione aggravata dalla presenza di un velo al boccascena. Una scelta che rende peggiore sia l’ascolto delle voci in sala che l’orchestra per gli interpreti. Un inutile ostacolo per una prova già complessa.
La regia di Alberto Triola cavalcava la via dell’eleganza, esplicitata in una certa asetticità e con un simbolismo alle volte criptico. I personaggi quando dialogano non si guardano; alle volte sembra che la persone parlino con il ventaglio invece che con gli interlocutori; il figlio è sempre nascosto e si vede in modo chiaro solo alla fine, quando gioca con la farfalla che nel corso dello spettacolo era fatta ‘volare’ da una danzatrice, che pensiamo fosse una sorta di doppio di Cio Cio San. Non c’è lo studio sui personaggi che avremmo voluto e mancano sia la sensualità, che dovrebbe inondare la seconda parte del primo tempo, che il pathos. Certo ci sono momenti di grande effetto, come il suicidio della protagonista o la salita delle lanterne in un palcoscenico vuoto. Ma anche scelte incomprensibili, a partire dal fatto che il velo sia alzato all’inizio ed alla fine dello spettacolo. Insomma solo quando nessuno canta .
Appropriati i costumi di Sara Marcucci. Qualche perplessità sul fatto di far vestire il piccolo Dolore come il monello di Tempi Moderni, ma francamente ci sembra irrilevante come osservazione, perché non è quello il problema dello spettacolo.
A noi quello che non ha convinto è la direzione di Giulio Prandi, che è normalmente un ottimo direttore, con una inattaccabile specializzazione nella musica barocca ed una professionalità che nessuno intende mettere in discussione.
Certamente le scelte operate sono state il frutto di studi attenti e ponderati. Sicuramente c’è il grandissimo pregio di non aver cavalcato le letture più note, di non aver indugiato su stereotipi o facili soluzioni e tentato una visione personale.
Apprezziamo tutto questo impegno che certamente c’è stato, ma non condividiamo la positività del risultato. Che invece il pubblico numerosissimo ed internazionale in sala ha ampiamente applaudito e premiato.
Quindi ancora una volta sappiamo di essere in minoranza ed abbiamo la consapevolezza di poter essere in torto. Ma noi non giudichiamo: ci limitiamo a dire quello che pensiamo e lo facciamo per stima degli artisti che si sono esibiti, convinti del valore di tutti loro.
Prandi ha diretto la sempre corretta orchestra della Fondazione Teatro Verdi con gesto elegante. Le mani flessuose sembravano danzare mentre davano indicazione agli orchestrali. Una gran bella immagine visiva. Lo scriviamo perché ultimamente pare sia un must il movimento del gesto direttoriale. A noi, francamente, però interessano di più altri aspetti. Per esempio il volume strabordante che ha accompagnato l’intera rappresentazione, i tempi che non abbiamo condiviso, in qualche passaggio la ritmica.
Ci sono stati momenti in cui le voci erano coperte, altre in cui i cantanti si ritrovavano a duellare con la massa sonora, alle volte emergendo dal mare di note, altre volte soccombendo. Certamente in alcuni momenti la massa orchestrale appariva faticosa all’ascolto per il troppo fragore.
È una brutta situazione sempre, ma in Madama Butterfly è particolarmente ostica, perché è opera delicatissima, nella quale il legame golfo mistico/parola/ canto dovrebbe sfiorare la metafisica.
Quello che Puccini mette in campo, secondo noi, è un mondo di Idee, di narrazioni parallele, di rimandi ricamati nella memoria di ciascuno, di paure d’abbandono che diventano universali, di eroismi quotidiani, di purezza stropicciata e di conti con la propria coscienza.
Non ci è arrivato nulla di questo, ma una storia dai colori decisi, che non perdeva tempo a sfumare le sensazioni. Questo si è fatto sentire in particolare nel duetto d’amore, ma anche nei tempi del celebre ‘Un bel di vedremo’ ed un po' in tutti i pezzi d’insieme, come il ‘oh amico fortunato’, nel quale l’orchestra appariva di oceanica baldanza od il terzetto Pinkerton, Suzuki, Sharpless dell’ultimo atto, in cui la concitazione ha avuto il sopravvento sulla narrazione.
Anche i personaggi ci sono sembrati piuttosto monocordi dal punto di vista interpretativo, ma questa scelta sicuramente va condivisa con Triola. Non abbiamo colto la sorpresa, il disappunto. Insomma un’opera ben cantata, sottolineiamolo subito, ma non un dramma coinvolgente. Una scena con diversi personaggi e poche persone credibili.
Un peccato, perché pochi lavori offrono l’opportunità di uscire dallo stereotipo come questo.
Ma anche perché quando il volume si acquietava, come nel Coro a Bocca Chiusa benissimo eseguito dal coro diretto dal Maestro Paolo Longo, emergevano potenti sia la bellezza dello spartito che le potenzialità poetiche del direttore.
Passando alle voci, partiamo dai cantanti presenti in entrambe le compagnie. Che sicuramente sono penalizzati nella resa dalla presenza del velo di cui abbiamo già troppo parlato.
Funzionali e corrette le parti minori. L ’Ufficiale del registro dalla figura elegante è Riccardo Corona. Il commissario, dalla voce solida, è Daniele Cusari . Le familiari di Cio Cio San sono la madre cantata da Teresa Ranieri e la cugina di Elisa Serafini. Irina Popova è una Kate Pinkerton dalla figura elegante ed una voce che si sente a fatica. Yongheng Dong è uno zio bonzo dalla presenza convincente. Il regista lo fa entrare in sala, con un bell’effetto teatrale. Ma di fatto questo lo fa cantare per buona parte dell’intervento dando le spalle al pubblico e questa scelta non favorisce l’ascolto.
Dario Giorgelè è un Principe Yamadori dalla figura elegante e vocalmente appropriato.
La giovane Michela Guarrera canta Suzuki. Notevole ed evidente l’impegno profuso, ma la voce, per noi, non ha ancora l’autorevolezza ed il colore di quella che dovrebbe essere una matura ‘vice-mamma’ .
Assolutamente rilevante la prova fornita da Andrea Schifaudo, Goro dalla voce importante, ricca per colori ed espressione. Convincente anche la resa scenica. Forse il teatro avrebbe potuto prenderlo in considerazione per il ruolo di Pinkerton della seconda compagnia, perché pensiamo che questo tenore meriti un’ampia fiducia ed abbia una tecnica ed uno strumento che lo possano far aspirare a ruoli protagonistici.
La terna dei protagonisti veniva svolta da due compagnie.
Nel ruolo di Sharpless si alternavano Ambrogio Maestri e Luca Galli. Il primo, dalla lunga carriera, esordiva nel ruolo del Console e sceglieva di far emergere la componente umana del ruolo. Convincente e molto apprezzato Galli, che mette la sua voce fresca e sicura al servizio di un personaggio dalle tante sfumature.
F.B. Pinkerton è uno dei ruoli più antipatici della storia dell’opera. A Trieste c’erano due tenori dalle caratteristiche differenti. Antonio Poli è cantante dalla voce bella e dalla tecnica sicura. Canta con la passione che conosciamo, ma in troppe occasioni si ritrova a duellare con un’orchestra che inspiegabilmente pare cercare di sommergerlo . Poli è artista di grande spessore e riesce a non soccombere, ma ci è parso comunque un peccato perché in questo modo il tenore è costretto a spingere ed a rinunciare a quelle nuances che sono nelle sue corde e che tanto bene avrebbero fatto, per esempio, alla scena della notte d’amore. ‘Addio Fiorito Asilo’, è cantato con grande trasporto e la bellezza della voce commuove, a dimostrazione della classe e dell’intelligenza di questo tenore dal successo internazionale.
Vasyl Solodkyy è cantante giovane, dotato di bella figura e buone capacità sceniche. Deve però maturare il ruolo, che spesso lo mette in difficoltà . La voce in diverse occasioni sembra ‘andare indietro’ e questo penalizza la qualità della prova, che comunque non è macchiata da errori rilevanti o cedimenti.
Giungiamo quindi alla protagonista: Olga Maslova per la prima compagnia e Vittoria Yeo per la seconda.
La Maslova affronta in questi anni un repertorio decisamente oneroso e questo si sente. La sua Cio Cio San ha una voce matura ed è giocata sulla potenza, come se nella sua interpretazione ci fosse l’impronta delle tante Turandot cantate in questo periodo. Più che una tenera fanciulla appare infatti come una donna decisa, determinata, dal carattere forte. La dizione non è sempre chiara e questo fa si che il personaggio venga costruito soprattutto vocalmente. Giocando di potenza, è risultata di grande impatto la pagina conclusiva, quella del suicidio, in cui il soprano ha saputo sovrastare il volume orchestrale con sicurezza ed ha emozionato la sala esaltando quella dimensione drammatica che evidentemente è più vicina allo stile dell’interprete.
Vittoria Yeo ha tecnica sicura, voce interessante ed acuti solidi. Il soprano coreano ha molto lavorato sulla parola, grazie anche ad una dizione sicura. La sua Cio Cio San è meno sontuosa vocalmente, ma di grande suggestione, in alcuni passaggi risulta intensamente poesitca e conquista il pubblico che le tributa grandi consensi.
Alla fine applausi per tutti, generosi e festosi.
Noi siamo usciti con le orecchie piene di note, ma avremmo invece preferito farlo con il cuore madido di emozioni.
Gianluca Macovez
14 aprile 2026
informazioni
Trieste, Teatro Verdi, 11 e 12 aprile 2026
MADAMA BUTTERFLY
Musica di Giacomo Puccini
Tragedia giapponese in tre atti di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa dal dramma Madame Butterfly di David Belasco
La produzione
Maestro Concertatore e Direttore GIULIO PRANDI
Regia ALBERTO TRIOLA
Scene EMANUELE GENUIZZI e STEFANO ZULLO
Costumi SARA MARCUCCI
Luci STEFANO CAPRA
Maestro del Coro PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Personaggi e interpreti
Madama Butterfly (Cio-Cio-San) OLGA MASLOVA/ VITTORIA YEO
F.B. Pinkerton ANTONIO POLI / VASYL SOLODKYY
Sharpless AMBROGIO MAESTRI/ LUCA GALLI
Suzuki MICHELA GUARRERA
Goro ANDREA SCHIFAUDO
Il Principe Yamadori DARIO GIORGELÈ
Lo Zio Bonzo YONGHENG DONG
Kate Pinkerton IRINA POPOVA
Il Commissario Imperiale DANIELE CUSARI
La madre di Cio-Cio-San TERESA RANIERI
La cugina ELISA SERAFINI
L'Ufficiale del registro RICCARDO CORONA


