Kilowatt Festival 2026, “Nuovo respiro del mondo”, dal 17 al 26 luglio, Sansepolcro.
L’incipit del Kilowatt Festival 2026, ancor prima dell’inaugurazione della rassegna, è l’Esortazione ai Visionari allo spazio Tadamis. Tutti in cerchio, chi sulle sedie, chi in terra, in ascolto di Eugenio Barba e Julia Varley, padrino e madrina della XXIV edizione di Kilowatt Festival. La teoria dei due “maestri” dell’Odin Teatret è stata sempre la pratica; così Julia si mostra nei suoi gesti piccoli e si racconta mentre li produce. Delle sue parole colpisce, come sempre la voce, rotta, precaria e la Varley ci racconta di quello strappo alla voce subentrato quando già praticava teatro, che poteva essere una crepa irrimediabile e che invece è divenuta una delle sue cifre stilistiche. Ecco perché, per chi vi racconta i tre giorni di questa esperienza a Sansepolcro, ha inteso quasi vi fosse un filo che lega gli spettacoli visti, gli incontri pubblici, il clima torrido e intenso di queste giornate; ebbene quel filo per qualche strana magia sembra unirsi irrimediabilmente nel tema della VOCE e della ferita autentica che sempre se ne origina. E così le voci dei Visionari, gruppo eterogeneo che dall’esordio del Festival si incontra per scegliere alcuni degli spettacoli che vi parteciperanno, si raccontano attraverso lo stimolo di un oggetto guida e ci sembra che ad accumunarli siano le loro voci, comuni, quotidiane, spesso sole, che si sono trovate magicamente unite intorno al teatro. E in fondo è proprio nella comunità il senso del teatro di Barba, un senso “politico” (parola che emerge spessissimo in questi giorni), ma che lo stesso Barba rifiuta in nome dell’azione, della pratica, del metodo; e che sia forse solo il “mestiere” l’atto più sovversivo che gli uomini di teatro possano ancora compiere, seppure con la poca VOCE che spesso gli si riconosce.
In questo racconto alcuni degli spettacoli visti in questi giorni:
Ven 17 luglio, ore 21.30, Chiostro di San Francesco, “LISA rapsodia di una Mente Spezzata”, con Mariangela Granelli, di Mariangela Granelli e Fabio Pisano.
Nel gennaio del 2021, la pena di morte federale negli Stati Uniti torna a colpire una donna dopo oltre settant’anni. Il suo nome era Lisa Montgomery. Colpevole di un delitto efferato e agghiacciante, l’omicidio di una donna incinta per asportarne il feto. Prima del delitto, la sua esistenza era stata un calvario ininterrotto di abusi sistematici, violenze domestiche e stupri, iniziati nell'infanzia per mano della madre e del patrigno. Il testo di Fabio Pisano rinuncia al testo didascalico, per evocare letteralmente il senso della “rapsodia”, citata nel titolo, una composizione che non segue uno schema fisso o rigido, ma procede per frammenti, cambi improvvisi di tono e libera associazione di idee. Nell'antica Grecia, il rapsodo era un poeta itinerante che "cuciva insieme" pezzi di poemi epici preesistenti (come l'Iliade o l'Odissea) e li recitava ricomponendoli in modo sempre nuovo. Il significato quindi è “un canto cucito insieme” e la VOCE di questo canto è affidata a una stupefacente Mariangela Granelli, che la rompe, la sussurra, la spezza, la riprende per interpretare la bambina terrorizzata, piegata dalle violenze tra le mura domestiche, i molteplici carnefici e testimoni muti, evocati con un cambio di tono, o un impercettibile scarto posturale, la donna abusata e disperata, mossa da un desiderio ossessivo di maternità che sfocerà nell'orrore dell'atto criminale. Ciò che colpisce nell'uso della voce di Mariangela Granelli è la straordinaria capacità di modulare il registro sonoro senza mai cadere nella declamazione accademica o nell'artifizio. La sua vocalità non è semplicemente un mezzo per trasmettere un testo, ma una vera e propria estensione della psiche dei personaggi. Il diaframma si muove a ritmo delle varie trasformazioni, creando un movimento, forse l’unico su un palco vuoto, dove solo la Granelli e la sua voce occupano la scena tutta,togliendo il fiato allo spettatore per circa sessanta minuti.
Ven 17 luglio, ore 22. 45, Chiostro di Santa Chiara, “Teatro. Solitudine Mestiere Rivolta”. Tre affermati attori-registi italiani in un corpo-a-corpo scenico con Barba e Varley , con Eugenio Barba, Julia Varley, Nicola Borghesi, Liv Ferracchiati, Licia Lanera.
Seppure su un palco e con la dicitura teatro, questo non si può esattamente considerare uno spettacolo, ma forse neanche un convegno, un incontro forse, un confronto sicuramente tra Barba e Varley da un lato, e tre dei più affermati registi, autori e attori italiani: Liv Ferracchiati, Nicola Borghesi e Licia Lanera. Le parole “Solitudine Mestiere Rivolta” del sottotitolo fanno da guida a un racconto polifonico, fatto di parole, immagini, suoni. Ogni autore è chiamato a raccontare una delle parole, attraverso un breve testo che poi si confronterà con Barba e la Valrey. Inizia Licia Lanera, la parola scelta per lei è Solitudine. Nel panorama del teatro contemporaneo italiano, dove spesso la regia rischia di rifugiarsi nell’estetismo intellettuale o nel puro esercizio di stile, la figura della Lanera si impone come una presenza spietata, necessaria e volutamente spigolosa.
E la sua voce unica, raschiata, capace di passare da una rabbia sorda a una delicatezza quasi infantile nel giro di una battuta, nel raccontare cosa è la solitudine, quasi si piega. Racconta come nonostante la sua ricerca teatrale sia stata sempre mirata, grazie alla sua compagnia, fatto imprescindibile nel suo lavoro, alla ricerca della comunità, si senta sempre irrimediabilmente sola pochi minuti prima di salire sul palco, in quell’attimo esatto in cui si racconta il tutto, ci si ritrova nel niente, o poco più. E’ poi la volta di Liv Ferracchiati, che indaga la parola Mestiere e lo fa attraverso l’utilizzo delle immagini, dove da bambino in un video girato dal padre approcciava alle prime armi del teatro. Ciò che rende il teatro di Liv Ferracchiati speciale è l'equilibrio tra leggerezza apparente e rigore emotivo e questo emerge anche durante la sua storia e il confronto successivo con Barba e la Valrey, che invece mostra il Mestiere ancora una volta non prescindendo dall’utilizzo della VOCE. L’ultimo stimolo, la Rivolta è affidata a Nicola Borghesi fondatore, insieme a Enrico Baraldi e Paola Aiello, della nota compagnia Kepler-452 (fondata a Bologna nel 2015) , che non a caso si occupa di "teatro della realtà" o "teatro di indagine". In questo caso l’analisi è rivolta all’azione politica e di senso del teatro, pungente, sovversiva.
Aspettarsi una messa in scena pura da questo incontro, sarebbe assolutamente deviante, non è teatro, ma sicuramente è qualcosa che parla di teatro; è una festa dell’Odin e delle pratiche che ha seminato in questi sessant’anni di teatro.
Sab 18 luglio, ore 17. 00 Auditorium di Santa Chiara “Un po’ meno fantasma” Kronoteatro, regia e drammaturgia di Francesca Sarteanesi, ideazione e drammaturgia di Tommaso Cheli, con Tommaso Bianco.
Al centro della scena c'è Marcello, interpretato da uno straordinario Tommaso Bianco. Marcello è un essere fuori dal tempo e fuori dai ritmi iper-produttivi e aggressivi del presente. È un uomo dotato di un'ipersensibilità quasi patologica, prigioniero di uno sguardo pulito e spiazzante sul mondo che contrasta fortemente con il costume che indossa ideato da Rebecca Ihle, una maschera carnascialesca carica di colore, ossimoro perfetto all’intensità sottile del personaggio, che ancora una volta utilizza solo la VOCE per mostrarsi. E spezza tutti gli schemi degli eccessi dell’epoca dell’immagine lavorando sui dettagli minimi, sulle micro-fratture del quotidiano e sul linguaggio dell'incomunicabilità. La regia evita con cura qualsiasi effetto speciale o ridondanza visiva. La scena è uno spazio essenziale in cui è la parola a farsi corpo. Sarteanesi guida il racconto sul filo di una comicità sottile, surreale e mai consolatoria. Si ride della goffaggine e dell'inadeguatezza di Marcello, ma è una risata che un secondo dopo lascia in bocca un retrogusto di profonda solitudine. Siamo spiazzati da questa immagine immobile a cui bisogna allungare l’udito per porre attenzione, ci sbalordisce, forse a tratti ci irrita, come chi non è più abituato ad ascoltare e si difende. A nostro parere questa operazione teatrale è riuscitissima, poiché riporta a un ascolto intimo, che spesso il teatro riduce, slatentizza di significato.
Sab 18 luglio, ore 21. 30, Chiostro di San Francesco , “Ad libitum” con Simon Le Borgne e Ulysse Zangs.
Ad Libitum non si presenta come uno spettacolo di danza contemporanea tradizionale con una narrazione rigida, ma come un esperimento dal vivo, un cantiere aperto in cui suono e gesto nascono, collidono e si trasformano in tempo reale davanti agli occhi del pubblico. E’ un dialogo tra i due danzatori/musicisti, che ancora una volta, seppure di danza parliamo, non prescinde dal farsi VOCE. Mentre Le Borgne costruisce attraverso la danza il suo carnet di parole enunciate dal corpo che nel suo caso ha una gamma di cifre ampissima; Zangs, non si limita ad accompagnare la danza con una colonna sonora di sottofondo; ma la sua musica è un partner di scena a tutti gli effetti. Cambia strumenti, li attraversa dapprima timidamente per poi arrivare alla batteria sulla quale percuote a volte ferocemente, il musicista modella lo spazio e dilata la percezione emotiva dello spettatore. Uno spettacolo estremamente vivo, costruito intorno a due artisti virtuosi, che poi scopriremo essere amici da lunga data, rivelazione che non ci sorprende, ma in qualche modo affranca il nostro percepito.
Ven/sab/dom/lun, Palazzo Aloigi Luzzi, “La casa misteriosa lassù nella nebbia” testo di Roberta Bosetti e Renato Cuocolo, regia di Renato Cuocolo, con Roberta Bosetti.
Un’accoglienza particolare, solo dodici spettatori, muniti di cuffie, accolti dapprima in uno spazio ampio, quasi completamente buio, illuminato dalla flebile luce di un teatrino giocattolo, per poi essere spostati in un’altra stanza, questa volta completamente al buio, seduti intorno ad un tavolo, dove verrà raccontata una storia. “La casa misteriosa lassù nella nebbia” è uno spettacolo che agisce per risonanza.
Il buio sorprende lo spettatore, sicuramente lo intimidisce e gli fa perdere le difese, ma la VOCE lo accoglie, lo traina durante tutta la performance nonostante le incursioni dell’attrice, che lo privano di quelle poche certezze acquisite. Una performance che lavora su uno stato di coscienza alterato, che costringere lo spettatore a mantenere il controllo per non perdersi ed è in questa attivazione di allerta che si rigenera quasi magicamente il senso del ricordo. La casa non è solo quella raccontata dall’attrice, ma è la casa di ognuno di noi, quella delle proprie stanze segrete, dei propri ricordi d'infanzia, delle persone perdute o ritrovate. Nel panorama teatrale contemporaneo, il marchio di Cuocolo/Bosetti è garanzia di un'esperienza scenica del tutto peculiare. La coppia artistica guidata da Renato Cuocolo e Roberta Bosetti ha fatto della casa, dei luoghi privati e della memoria personale il proprio territorio di indagine primaria. Cuocolo e Bosetti regalano un momento di teatro puro e confidenziale, che riconcilia con il senso profondo dell'ascolto e della memoria condivisa. Un'esperienza intima che rimane addosso a lungo.
Queste giornate di Kilowatt Festival sono state anche impreziosite da incontri pubblici dedicati all'influenza del lavoro di Eugenio Barba e Julia Varley nel teatro italiano. Coordinati da Marco De Marinis, alla presenza di Eugenio Barba e Julia Varley, vi hanno partecipato: Piergiorgio Giacchè, Armando Punzo, Davide Iodice, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. Due brevi film hanno accompagnano il dibattito. Incontri non puramente formativi, ma intensi, dove gli ospiti si sono messi a nudo con una purezza disarmante, che credo faccia davvero bene al teatro. Chi ha raccolto per voi le impressioni di questi giorni non può non aver colto in questi momenti un valore pari a quello di uno spettacolo che funziona, il racconto della didattica teatrale, dell’idea che racchiude ogni progetto ha forse il valore della messa in scena stessa, non perché debba essere decifrato, bensì perché possa essere tramandato. C’è la VOCE del teatro e la VOCE di chi fa teatro, che spesso è il suono rotto che scaturisce da una ferita; nessuno dei due suoni ha meno valore dell’altro.
Barbara Chiappa
26 luglio 2026