LA TRAVIATA: VIOLETTA INCANTA SANTANDER

Recensione di ‘La Traviata’ con Puertolas e Cassi in stato di grazia

 

Accolta da tanti applausi è andata in scena a Santander, l’opera ‘La Traviata’.

Si tratta di una produzione proveniente dal Teatro Municipale di Piacenza,  che potremmo definire di impianto tradizionale, anche se c’è stato uno spostamento ad un’epoca non identificata.

L’aspetto visivo ci lascia abbastanza perplessi, anche se ha il pregio di essere un allestimento agile, immaginiamo poco costoso e non infestato da tutte quelle proiezioni che invadono ormai le scene liriche in modo esagerato.

Un primo atto dalle scene monumentali che paiono echeggiare l’Olimpico, con una sequenza di citazioni, da Strehler a Bernard. Funzionale e generico. Molto. Per entrambi gli aggettivi.

La regia ci ha colpito nei preludi del primo e del terzo atto. All’ inizio, la comparsa di Violetta, pareva evocare una solitaria ‘Ultima Cena’ di Andrea del Castagno. Nel terzo, il buio lugubremente illuminato dai lampadari diventati candelabri  viene squarciato da una porta che fa pensare alle immaginifiche composizioni di Magritte, anche grazie all’apparizione di una sagoma,  che abbiamo letto come una proiezione della protagonista, che pareva uscita da un dipinto di Fussli. Ma poi non abbiamo saputo trovare nel proseguio molto altro di realmente nuovo  o profondamente significativo. Non abbiamo capito perché Violetta  fosse vestita, in aperura,  del colore della tovaglia: era l’unica non in nero e crediamo che questa fosse una chiave di lettura per  descrivere la sua solitudine, la sua diversità dalla massa volgare. Ma allora la si differenzi dal desco e dall’arredo. Perché altrimente sembra che faccia parte della dotazione del locale e certamente non era questo che voleva raccontare Roberto Catalano.

Non sappiamo perché la protagonista nel primo atto sia in bianco. Il colore della purezza pur non avendo ancora conosciuto l’amore? Quando faceva ancora l’accompagnatrice, come diremmo oggi? Scelta coraggiosa, che poteva far pensare a chissà quale interpretazione registica, che però non abbiamo saputo cogliere.

Con le scene successive, firmate da Mariana Moreira ed illuminate da Silvia Vacca, secondo noi non è andata meglio. La casa di campagna, cupissima, è risolta con un divano a destra, un tavolo a sinistra ed una tenda che di fatto è un sipario. Una villa alta come Versailles, senza connotazioni geografiche. Un non luogo. Anche  Veronesi aveva inventato una edizione di ‘Traviata’ realizzata solo con tende. Operazione però più coraggiosa, anche perché inserita nel percorso artistico, ben dichiarato, del pittore. Questo nido d’amore è grigio, avvolto nel buio, con Violetta che scrive scomodamente sul divano invece che sul tavolo, mentre la casa di Flora, anch’essa avvolta nell’oscurità, è popolata  prima da eleganti signore in nero che girano attorno ad un lampadario sceso dal soffitto, con un effetto che a noi ha fatto pensare al Macbeth, ma onestamente anche a casa Addams; poi da un coro virile in smoking che ha sostituito danzatori e cancellato ogni clima festivo. Sicuramente non abbiamo saputo individuare la giusta chiave di lettura e di questo ci scusiamo con il team creativo dello spettacolo, che contava anche sulle coreografie, che pensiamo fossero i movimenti delle masse, di Marco Caudera ed i costumi di Veronica Pattuelli.

Buona la direzione di Miquel Ortega che, a capo di una sicura Orquesta Sinfónica de Bilbao, ha dimostrato non solo di conoscere perfettamente la partitura, ma di essere in grado di leggerla con intensità e notevole personalità. Corretti i volumi, che non hanno coperto i cantanti e consentito loro una serie di delicati virtuosismi che abbiamo apprezzato e ben sostenute le voci.

Il coro Lírico de Cantabria, diretto da Elena Ramos, che ci è parso in qualche momento non proprio compatto nella sezione maschile, nell’insieme  è risultato appropriato vocalmente e scenicamente.

Molto buona la resa vocale complessiva.

Andrés Sánchez Joglar è un tenore  lirico spinto ed il suo Alfredo appare più per bene che baldanzoso. Ha fiati lunghi, un centro solido, raggiunge le note previste con acuti corposi, ma a noi pare debba ancora lavorare sul personaggio per trovare una chiave interpretativa che gli permetta di mettere in risalto le sue potenzialità ed al tempo offrire una lettura efficace del personaggio. Il ruolo è uno dei più ingrati: una partitura complessa per un tenore che comunque è figura subalterna  nella narrazione e che più è bravo più deve risultare antipatico. Passa da innamorato a sospettoso, da imbecille ad essere un  uomo divorato dai sensi di colpa. Un turbinio di colori, situazioni, sensazioni che di fatto hanno messo in difficoltà non pochi grandi interpreti. Oltretutto la voce deve avere il dono della giovinezza, la figura dovrebbe essere affascinante, la recitazione molto calibrata. Andrés Sánchez Joglar riesce a costruire un Alfredo funzionale, mostra  doti  interessanti,  ma non  ha, ci pare, quella baldanza da figlio di papà, quel machismo che annebbia l’uomo innamorato, che invece bene sa rendere nel primo atto.  Certamente un cantante interessante, ma che pensiamo possa rendere meglio in ruoli di maggior drammaticità, nei quali ci piacerebbe sentirlo presto.

Sabina Puértolas è Violetta. Nel senso che nonostante fosse ammalata, imbottita di farmaci come ha spiegato  al pubblico alla fine dell’opera,  ha cesellato magnificamente il personaggio, tanto vocalmente che dal punto di vista interpretativo. La sua Valery usciva dalla partitura per prendere una concretezza emozionante.  Una donna vera, profondissimamente scavata, per la quale ogni parola aveva un significato, ogni nota un valore. Il soprano di Saragozza ha saputo dare spessore profondo al ruolo già dal primo atto. Le agilità sono state risolte con correttezza e bravura, ha saputo percorrere il pentagramma senza sforzo apparente, trovando nelle note basse una chiave di narrazione affascinante ed arricchendo quelle alte di un significato che andava ben oltre alla bellezza musicale. Certamente ci sono state delle scelte registiche non sempre condivisibili, come farla cantare seduta sul tavolo, per farla poi alzare e risedere nel corso della seconda parte dell’atto primo , ma la Puertolas ha saputo essere così convincente che sono diventati aspetti trascurabili. Magnifica la paura che riesce a tratteggiare nell’incontro con Germont Padre, trovando note spinose che diventano presa di coscienza straziata. ‘Amami Alfredo’ è velato di una malinconia suggestiva. Non è la richiesta straziata della giovane fanciulla che sa che sta per mettere a repentaglio la sua rispettabilità, ma la consapevolezza del  grande peso del sacrificio che sta per fare. Arriva come una carezza, che Alfredo non saprà cogliere.

‘Alfredo, Alfredo’ alla fine dell’atto II è tessuto con una trama di note purissime ed un ordito di poesia. L’ultimo atto è una prova vocale e scenica altissima, giocata d’intelligenza, delicatezza, senso del teatro e grande padronanza vocale. Ci sono state, a nostro parere, un paio di forzature interpretative prima dell’aria ‘Gran Dio morir si giovane’ e della scena della morte, con toni un po’ veristi peraltro comunque accettabilissimi, ma lo riferiamo solo perché questa recensione non sembri un peana acritico. Invece è stata una prova indimenticabile .Quando poi abbiamo appreso che il soprano era pesantemente sotto farmaci, tanto da essere sostituita nelle recite successive, siamo rimasti ancor più stupefatti.

Mario Cassi è un sontuoso Germont. La sua voce è maturata, senza mostrare segni di disomogeneità o di usura e la tavolozza che riesce ad utilizzare è amplissima. Il suono è pieno, rotondo, capace di passare da supplica ad ordine, da commovente a crudele.

I fiati sono lunghissimi, ma non è mai ostentazione vocale: il suo padre è personaggio ben costruito, compreso, verrebbe da dire digerito in ogni suo aspetto.

Cassi ha una bellissima figura scenica, che sa utilizzare con bravura. Il duetto sul divano, in cui sembra cercare  di farsi sempre più piccolo, racconta bene la vergogna che prova nel richiedere a Violetta di rinunciare all’amore.

Significativo che neanche quando canta ‘piangi’ tocchi la fanciulla per rincuorarla, rinchiuso in un imbarazzo, in un senso del dovere che lo imprigiona, che anche visivamente ‘gli lega le mani’. Il duetto con la Puertolas è di grandissima suggestione per la qualità della prova ma anche per la qualità dei colori  delle due voci: lei trova sfumature di dolore, paura, mentre lui apre ad una tavolozza potentissima in cui gli affetti  per Violetta, per la figlia, per certi versi per il figlio, si scontrano, si feriscono, si imbavagliano nei bruni di uno strumento che il tempo rende sempre più ricco e più commovente, anche grazie ad una tecnica sicura, che pare inossidabile e che consente a Cassi di cesellare una narrazione da grande interprete, quale è, senza cadere mai nel leziosismo. Il baritono toscano  nel duetto con Alfredo riesce a superarsi, rendendo irrinunciabile la domanda: come mai è  così difficile trovarlo nei cartelloni italiani? abbiamo ascoltato Germont spompati vocalmente, altri incomprensibili , alcuni di loro parevano non avere idea di cosa cantavano e soprattutto troppi sono quelli che ci hanno proposti padri monocordi, impegnati ad esibire fiati e note. Invece lui è in grado di scavare ogni piega di questo ruolo, trovare colori dove altri vedono note, piegare il silenzio facendolo diventare strumento evocativo.

Il suo ‘Di Provenza ‘ è commovente, intenso, eseguito con ricchezza di mezzi ed opulenza di sfumature. Ogni parola  è resa con spessore narrativo, ogni frase ha sfumature, toni. Basti pensare alla varietà  espressiva dei ‘Dio m’esaudì’  alla fine dell’aria, che portano ad un applauso convinto a scena aperta, riconfermato dopo ‘Né rispondi d'un padre all'affetto?’ che Cassi chiude con una nota a grande effetto drammatico.

Preziosa l’esecuzione di ‘Dov’è mio figlio?’, che più che un’invettiva suona proprio, come raramente accade di sentire, come un rimprovero velato di disperazione e consapevolezza.

Carismatica la presenza nell’ultima atto, con le frasi musicali che paiono colorare un esangue stanza da letto ed una figura che nella sua compostezza racconta di un uomo dilaniato dai rimorsi.

Auguriamoci di ascoltarlo presto anche in Italia. Non per lui, ma per noi. 

Flora, che si aggira in casa con soprabito e cappello per tutta la prima parte della sua scena, come se invece che la padrona fosse uno degli ospiti, ha la voce scura di Medea Chikashvili.

Adeguati gli invitati alla festa: Alejandro von Büren, il Marqués d’Obigny; Jesús Lavid, Gastone de Letorières ;Emilio Suárez, Barón Douphol. Il Doctor Grenvil aveva la voce, chiara e corretta, di Miguel Ferrando.

Funzionale Noemí Vazquez nel ruolo di Annina. Adeguati Javier Díez, Giuseppe e Pablo Gómez, un commissario.

Alla fine un trionfo di applausi per tutti, comprese scene e regia, con autentiche ovazioni per le terna dei protagonisti ed in particolare per la Puértolas.

Una inaugurazione che rende onore al teatro di Santander.

 

 

Gianluca Macovez

21 settembre 2026

 

informazioni

Santander, palacio festival Cantabria 

“La Traviata” 

di Giuseppe Verdi

Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio

Regia Roberto Catalano ripresa da Anna Laura Miszerak

Direttore d’orchestra Miquel Ortega 

Scene Mariana Moreira 

Costumi  Veronica Pattuelli 

Light designer  Silvia Vacca

Movimenti  coreografici Marco Caudera

Maestro del Coro Elena Ramos 

 

Personaggi e interpreti

Violetta Valéry Sabina Puértolas

Alfredo Germont Andrés Sánchez Joglar

Giorgio Germont Mario Cassi

Flora Bervoix Medea Chikashvili

Barone Douphol Emilio López

Marchese d'Obigny Alejandro von Büren

Dottor Grenvil Miguel Ferrando

Gastone Jesús Lavid

Annina Noemí López

Giuseppe Javier Díez 

Un commissionario Pablo Gómez

Coro Lírico de Cantabria ed Orchestra Sinfonica di Bilbao

 

Allestimento del Teatro Municipale di Piacenza.

Santander, 17 settembre 2026



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