Gli stati di umanità di Narni Città Teatro 2026, dall’11 al 13 settembre a Narni

"Stati di Umanità" è il titolo della settima edizione di Narni Città Teatro, svoltasi dall’11 al 13 settembre 2026, che si è confermata un appuntamento imprescindibile per chi ama il teatro d'innovazione, l'arte performativa e la ricerca culturale. "Stati" come condizioni dell'anima, la fragilità, la paura, la speranza, la solitudine, l'empatia. In un'epoca segnata da grande incertezza e iper-connessione digitale, il festival invita a fermarsi per fare un "inventario" di cosa si prova a essere umani oggi. Gli spettacoli, le lecture e le installazioni diventano strumenti per esplorare la gamma di queste sfumature emotive, ponendo la domanda: in quale "stato di umanità" ci troviamo in questo momento, ma anche "Stati" come entità geografiche e geopolitiche, una riflessione sui confini, sulle guerre, sulle migrazioni e sulle barriere che separano i popoli. In questo senso, il titolo si chiede se esistano ancora "Stati" fondati sul principio primario dell'Umanità, o se la burocrazia e i conflitti abbiano sopraffatto il senso di appartenenza a un'unica specie. Portare questo titolo in un festival diffuso come quello di Narni significa trasformare la città stessa in uno "Stato" provvisorio fatto solo di persone: un luogo in cui l'unica legge in vigore è quella dell'ascolto, dell'arte e della condivisione. Il teatro diventa il territorio neutrale dove le persone possono spogliarsi dei propri ruoli quotidiani per riscoprirsi, semplicemente, umane. La settima edizione di Narni Città Teatro, diretta da Davide Sacco e Francesco Montanari (con la curatela delle arti visive affidata ad Ilaria Ceci), ha registrato oltre 7.000 presenze proponendo oltre 50 appuntamenti in tre giorni, un successo evidente, seppure quest’anno il festival ha cambiato periodo, rispetto all’abituale appuntamento di fine giugno.  Punto di forza fondamentale della direzione artistica è stato l'uso sistematico degli spazi storici e urbani. Da luoghi d'eccezione come l’Ala Diruta e il Teatro Comunale Manini, fino alle piazze, ai vicoli e ai sotterranei, la città stessa ha smesso di essere una mera cornice per diventare un co-protagonista della narrazione. E sono proprio i luoghi che quest’anno ci sono parsi fortemente valorizzati dalla presenza dell’arte, in particolare le istallazioni dell’artista piemontese Valerio Berruti. Le sculture in metallo, essenziali e dal tratto poetico sono state collocate direttamente nelle piazze, nei vicoli e negli spazi pubblici di Narni, integrandosi con l'architettura medievale e interagendo con i passanti e gli spettatori del festival. La firma inconfondibile di Berruti è il tema dell'infanzia. I suoi soggetti sono quasi esclusivamente bambine e bambini colti in gesti quotidiani, di gioco, attesa o contemplazione.

Non si tratta di ritratti nostalgici, ma di un'astrazione dell'essere umano: privando i volti di dettagli troppo specifici o caratterizzazioni d'epoca, Berruti trasforma il bambino in un simbolo universale d'innocenza, vulnerabilità ed empatia. E queste presenze, che ti sorprendono girando per i vicoli della città effettivamente hanno un effetto di ritorno indietro nel tempo, una rinascita, che seppure senza i contorni delineati (vedi l’assenza dei volti, solo accennati) ti riporta ariavvolgere il nastro della memoria, ritrovandoti inaspettatamente a rivivere momenti dei quali non avevi più ricordo. Ed è questo a nostro parere il filo di questa edizione, che in qualche modo abbiamo potuto osservare in alcuni dei lavori presentati al festival e che vi raccontiamo:

Venerdì 11 settembre, ore 19.00, Piazza dei Priori, “Home” di Damien Droin

E come bambini, l’incipit del nostro festival è stato saltare in  una casa senza pareti, l'installazione è costituita dallo scheletro di una casa, sospeso o collocato in uno spazio urbano strategico. La casa non offre una vera protezione fisica, esponendo chi la abita allo sguardo del pubblico e alle intemperie. Damien Droin utilizza elementi come la corda, la struttura metallica e i trampolini invisibili o integrati per muoversi dentro, sopra e fuori da questa casa. I suoi movimenti sfidano la gravità, rendendo palpabile il senso di instabilità dell'essere umano contemporaneo. Istallato all’interno della piazza centrale di Narni, questo enorme parallelepipedo nero, dal quale saltavano corpi spesso scomposti, spesso con figure lineari è stata davvero una grande magia per lo spettatore, o il passante, un guizzo spontaneo e inatteso e il regalo per lo spettatore di uno sguardo bambino. Nonostante la fragilità della struttura e le continue cadute o sospensioni, il performer continua a ricostruire e riabitare il proprio spazio, trasformando il gesto atletico in una potente metafora di resistenza umana.

Venerdì 11 settembre, ore 20.30, Chiostro di S. Agostino, “Il gattopardo, una storia incredibile” di e con Francesco Piccolo. 

Scritto e interpretato da Francesco Piccolo, lo spettacolo non è una semplice lettura scenica o una riduzione del celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma un vero e proprio corpo a corpo narrativo con una delle opere più importanti della letteratura italiana. Francesco Piccolo guida il pubblico dietro le quinte del romanzo e del film di Luchino Visconti, svelando la genesi "incredibile" di un capolavoro rifiutato all'inizio dai grandi editori e diventato poi un caso letterario mondiale. Piccolo analizza con la sua consueta ironia e profondità i personaggi iconici in specchi della natura umana: l'illusione del cambiamento, la malinconia del tempo che passa, il cinismo della politica e la forza irresistibile del desiderio. Un punto centrale della narrazione inoltre è stato il confronto tra la pagina scritta e il capolavoro cinematografico di Visconti. Il racconto di Piccolo ha ricordato le favole che il maestro racconta alla classe, catalizzando l’attenzione di tutti i suoi “studenti”, grazie anche alla sua grande capacità dialettica e al suo slancio emotivo.  La famosa intuizione gattopardesca ("Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi") viene analizzata non solo come formula politica, ma come un universale meccanismo psicologico con cui l'uomo cerca di proteggersi dalle trasformazioni del mondo. È una vera e propria dichiarazione d'amore alla forza delle storie e alla loro capacità di sopravvivere agli autori e alle loro epoche.

Venerdì 11 settembre, ore 21.45,  Teatro Manini, “L’ostaggio” di Francesca Esposito, con Edoardo Pesce, Giancarlo Porcacchia. 

Lo spettacolo è un noir psicologico cupo e serrato che esplora i confini tra vittima e carnefice, colpa e redenzione. La vicenda ruota attorno alla figura di un uomo preso in ostaggio e al suo carceriere. In uno spazio chiuso e claustrofobico, attraverso un serrato botta e risposta  tra i due personaggi, che non sono altro uno lo specchio dell’altro, fatto di rivelazioni, provocazioni, ricordi e recriminazioni, la prigionia da fisica diventa emotiva e psicologica. Lo spettacolo fa capo a Fort Apache Cinema Teatro, in coproduzione con La Fabbrica dell'Attore, Teatro Vascello. Fort Apache Cinema Teatro (FACT) è un'esperienza teatrale e sociale unica in Italia, fondata e diretta da Valentina Esposito. È la sola compagnia teatrale italiana composta stabilmente da attori ex detenuti che hanno intrapreso il percorso di formazione teatrale all'interno degli istituti penitenziari e proseguito la loro carriera professionale una volta tornati in libertà. Edoardo Pesce noto per la sua straordinaria presenza scenica e per la capacità di infondere umanità anche ai personaggi più spigolosi o oscuri, offre un'interpretazione  ruvida e magnetica, capace di passare dalla minaccia alla fragilità con grande naturalezza, grande l’intesa con Giancarlo Porcacchia, uno degli attori storici della Compagnia. La performance si regge sul continuo scontro e cortocircuito attoriale creando una tensione costante che mantiene lo spettatore in uno stato di apprensione per tutta la durata della pièce. La drammaturgia essenziale e la regia ritmata di Francesca Esposito asciugano ogni fronzolo, puntando tutto sulla verità della parola, sui silenzi e sul lavoro dei due attori nello spazio; il testo in alcuni momenti è davvero di forte impatto emotivo, la parola assume profondamente senso e si snocciola sulla scena divenendo quasi un terzo personaggio. 

Tutti i giorni, Piazza dei Priori, “La sinfonia acquatica”, regia e interpretazione di Ignazio Bortot. 

Una piccola nota di magia è stata portata al festival, da questo gioiello di ceatività e romanticismo. Nel contesto del festival, "La sinfonia acquatica" ha rappresentato uno stato di umanità legato all'infanzia e alla purezza: un momento di pausa e di pura contemplazione che ha permesso al pubblico di riconnettersi con la parte più giocosa, aperta e poetica di sé. La Sinfonia Acquatica è un microspettacolo di teatro di marionette in miniatura ideato da Ignazio Bortot, ispirato alla tecnica visiva e sonora del teatro Lambe-Lambe. I “Lambe Lambe” sono “scatole” all’interno delle quali vanno in scena piccole storie della durata di pochi minuti: lo spettatore osserva da uno spioncino un mondo in miniatura, con i suoi attori, le sue parole e la sua musica, instaurando un dialogo intimo e magico! Nati in Brasile e arrivati di recente in Italia, i Lambe Lambe sono microspettacoli che apriranno a bambini e bambine immaginifici universi: dal sogno ai mondi creati dalla fantasia popolare. La sinfonia acquatica è un viaggio visivo e sonoro attraverso la fessura di una stanza da bagno dove Luigi (marionetta in miniatura) si sta godendo un bagno rilassante. Sono solo pochi minuti, dove solo , al massimo due spettatori, si trovano a guardare letteralmente dal buco della serratura un uomo intento a gestire le fantasie e la pratica del suo rapporto con l’acqua, che chissà perché ci ha riportato alla memoria la celebre frase di Moby Dick; “Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa ch'io vi dica quanti – avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m'interessasse a terra, pensai di mettermi a navigare per un po', e di vedere così la parte acquea del mondo."

Sabato 12 settembre, ore 21.15,  Teatro Manini, “La misteriosa scomparsa di W” di Stefano Benni, regia e interpretazione di  Ambra Angiolini

Tratto da uno dei monologhi più celebri e taglienti della produzione di Stefano Benni (contenuto nella raccolta Teatro del 1999), lo spettacolo racconta la storia di Vylia, una donna che cerca di ricostruire il senso della propria esistenza partendo da una perdita misteriosa: la scomparsa della parola o della lettera "W". Attraverso una narrazione ironica, grottesca e a tratti surreale, Vylia ripercorre le tappe fondamentali della propria vita: dall'infanzia all'educazione rigida, dalle prime delusioni sentimentali alle nevrosi della vita adulta e alle pressioni sociali della società contemporanea. Nel ruolo di unica protagonista in scena, Ambra Angiolini firma sia la regia che l'interpretazione, dando vita a una prova d'attrice intensa e virtuosistica. Lo spettacolo affronta la sensazione perenne di non essere "abbastanza" o di aver smarrito qualcosa di fondamentale lungo il percorso della vita. Il monologo richiede un lavoro fisico e vocale serrato, in cui la protagonista passa dal sarcasmo all'angoscia, mettendo a nudo le insicurezze del personaggio. La prova attoriale della Angiolini è oggettivamente perfetta, un monologo difficile e con cambi di registro frequenti, in cui l’attrice si è mossa con una maestria assolutamente impagabile. Dopotutto la Angiolini pare abbia corteggiato a lungo il testo di Benni, fin quando ne fu fatta una prima messa in scena nel 2010 con la regia di Giorgio Gallione e una supervisione attenta dello scrittore. Si percepisce che è un testo alla quale l’attrice tiene molto, seppure delle piccole differenze nella scelta registica le abbiamo notate. Gallione aveva costruito uno spettacolo fortemente strutturato nei tempi comici e nella regia teatrale classica, dove l'attrice era guidata dall'esterno all'interno di un meccanismo scenico ben preciso, con un registro espressivo molto spinto sul versante del grottesco.Assumendo il controllo diretto della direzione scenica, Ambra Angiolini porta sul palco un rapporto molto più personale e viscerale con il testo di Benni. La recitazione perde parte della stilizzazione caricaturale per guadagnare in intimità, e una intensità che spesso perde il tratto ironico tipico del testo di Benni. Anche in questo caso la scenografia è di Marcello Chiarenza. Le sue scenografie non ricostruiscono un ambiente reale ma uno spazio mentale, allucinatorio, una sorta di soffitta o labirinto dell'anima in cui la protagonista ritrova e perde i pezzi della sua vita.

Domenica 13 settembre, ore 6.30,  Ala Diruta, Pablo Trincia all’alba.

L'incontro all'alba con Pablo Trincia è stato uno dei momenti più suggestivi,  come sempre in questo appuntamento speciale che Narni regala da anni ai suoi spettatori. Collocato nella cornice mozzafiato dell'Ala Diruta, la chiesa sconsacrata a cielo aperto nel cuore di Narni, l'evento ha sfruttato la luce del primo mattino per creare un'esperienza di ascolto e condivisione unica con il pubblico. Il suo racconto si è incentrato sulla figura di  Caligola. Trincia ha ricostruito la giovinezza di Caligola segnata dallo sterminio della sua famiglia per mano di Tiberio, vissuta nella costante paura di essere assassinato. La presunta "follia" viene riletta non come un semplice demone innato, ma come il cortocircuito di un giovane uomo devastato dal disturbo da stress post-traumatico e dal potere assoluto. Il racconto ha analizzato fino a che punto il dolore non elaborato e la paranoica solitudine del potere possano deformare la percezione della realtà, trasformando la fragilità in mostruosità. Raccontare la decadenza, il buio della mente e le ossessioni di Caligola proprio mentre la luce del sole faceva il suo ingresso tra le rovine sconsacrate dell'Ala Diruta ha creato un contrasto magnetico: la tenebra della storia romana che si dissolveva nella luce del mattino, lasciando al pubblico una profonda riflessione su quanto la natura umana, nei suoi abissi e nelle sue fragilità, sia rimasta immutata nel corso dei millenni.

 

Barbara Chiappa

28 settembre 2026

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014