Recensione dell’Aida in scena a Barcellona
In questi giorni ci sono alcuni debutti importanti a livello internazionale di artisti italiani, che stranamente sono scivolati via con pochissima attenzione sulla stampa nazionale.
Michael Fischi Spadaccini, tenore italo- belga che da anni i nostri teatri sembrano snobbare, ha debuttato con successo ‘Otello’ in Germania.
Lo ha fatto dimostrando personalità, ricchezza di colori e capacità di rendere il personaggio con sensibilità ad intensità.
Ha sfuggito stereotipi interpretativi e passaggi ad effetto ed il suo Otello si erge potente ed interessante, in un allestimento che ci ha lasciato più dubbi che entusiasmi, nonostante una idea di partenza che abbiamo apprezzato, forse anche a causa di alcune disomogeneità di resa del resto del cast. Perché cantare le note giuste non vuol dire saper dare vita al personaggio.
Sarebbe bello che questo cantante dalla voce sempre più ricca di colori e dalla resa scenica intensamente drammatica potesse trovare uno spazio nuovamente nei nostri palcoscenici, anche perché certo ostruzionismo appare di difficile comprensione, sentiti altri tenori che scorrazzano felici nei cartelloni di casa nostra.
In Russia trionfa il ‘Mefistofele’ con la regia di Giancarlo Del Monaco. Artista di rottura, certamente ingombrante per chi non ama il coraggio del mettersi in gioco. Ma anche capace di firmare spettacoli che hanno segnato tappe determinanti per la storia del teatro d’opera del secondo Novecento.
Protagonista Ildar Abdrazakov, altra vittima di una sorta di pulizia che sotto motivazioni etiche ( sarebbe accusato di essere un sostenitore di Putin) temiamo nasconda ben altre ragioni: i nostri teatri sono pieni di voci sovietiche, che fanno la spola fra i teatri italiani ed i cartelloni russi senza nessun problema. Per lui invece le porte chiuse. Certo questi stessi censori non stanno facendo nulla per far uscire di galera Paata Burchuladze, che pare sia nelle prigioni georgiane per aver manifestato contro il governo filo sovietico.
Due pesi e due misure?
Oppure, come spesso succede, un turbinio di interessi che si ammanta di motivazioni preziose per nascondere un gioco di tornaconti?
Di fatto la regia di Del Monaco è ricca, interessante, potente. Porta in scena carrozzelle e notti incombenti.
Ha il coraggio di innovare in un teatro piuttosto tradizionalista come il Bolscioi, dove qualche mese fa ha trionfato con una Aida premiata come migliore spettacolo dell’anno.
Sicuramente nel corso della carriera Del Monaco è riuscito a farsi diversi nemici. Altrimenti non capiamo l’assenza da anni nelle programmazioni italiane.
Ci domandiamo se il pubblico meriti, però, un simile trattamento. Se sia giusto vedere spettacoli sempre della stessa mano, oppure allestimenti decisamente deludenti, importati da teatri lontani, mentre lasciamo in panchina chi dimostra ancora tanto talento.
Ma arriviamo alla questione centrale.
A Barcellona va in scena ‘Aida’. Tante repliche, tanti cast ed anche tanti cambi imprevisti.
La serie di recite si è aperta con una prima dedicata agli under 35 che nel cast allineava, nei tre ruoli principali Olga Maslova come Aida, Arsen Soghomonyan quale Radames e
Fiorenza Cedolins al debutto nel ruolo di Amneris, cast riproposto anche il 29 settembre.
Spettacolo anche interessante, controverso, sicuramente difficile e certamente divisorio, cui la regista Shirin Neshat lavora da una dozzina d’anni. Si tratta di una ripresa, mai uguale, che cresce, cambia si adegua. Una sorta di continua evoluzione che dà voce al cuore di questa artista iraniana.
Grandi idee, di quelle che ti tolgono il fiato, ma anche scelte incomprensibili, con video che riempiono i lunghi tempi di cambio di scena e masse rumorose che riescono ad indignare il pubblico.
Pare che ormai non si possano più fare le danze dei moretti, ma si può con disinvoltura sgozzare bambine e fucilare persone. La scena è tanto piena di fatti, di cose, in un horror vacui che se racconta, dall’altro ferisce la resa della partitura.
La sensazione è che ci sia un grande bisogno di raccontare il male del mondo, spesso a danno di Verdi.
Il tutto in una scenografia geometrizzante ideata da Christian Schmidt, di primo impatto suggestiva, poi francamente un po’ monotona e dei discutibili costumi firmati da Tatyana van Walsum.
Sicuramente una regia del genere sta in piedi se ci sono grandi interpreti, vocalmente e scenicamente. Bisogna saper distillare il senso profondo dello spettacolo per entrare in una visuale che da sopportabile lo trasformi in coinvolgente.
Perché la componente musicale non venisse sottovalutata era necessario che gli interpreti riuscissero a credere in quello che si faceva ed essere credibili.
Per quel che abbiamo visto, secondo noi, l’unica in grado di reggere un simile impegno è stata la Cedolins.
Ma andiamo con ordine.
Volenterosa Núria Vilá, una sacerdotessa dall’intonazione non sempre appropriata.
Il messaggero era Moisés Marín, che ha bene interpretato il ruolo, tutt’altro che immune da difficoltà, anche se, immaginiamo non per sua sponte, in qualche momento è sembrato indugiare in colori veristi che avremmo evitato.
Il Re era l’italiano Vittorio De Campo. Si tratta di un cantante giovane, dalla figura elegante, capace di una buona resa scenica e dalla voce molto importante. Volumi possenti, un colore interessante, che gli permetteranno sicuramente una buona carriera se saprà scegliere il gusto repertorio e se non cadrà nella tentazione di bruciare le tappe.
Ramfis aveva la voce di Simón Orfila. Non si discute il valore dell’interprete, che secondo noi offre il meglio di sé in altri repertori, ma ci sarebbe piaciuta una maggiore autorevolezza, sentivamo il bisogno di un peso e di una stabilità, complice forse anche il costume che lo trasformava in una sorta di ayatollah spietato.
Riuscito l’ Amonasro di Àngel Òdena, cantante dotato di uno strumento solido, capace di una convincente resa drammatica, che non ha bisogno di forzare, spingendo alcuni suoni.
Arsen Soghomonyan è un Radames dagli acuti sicuri, che raggiunge le note alte con apparente facilità. I suoi si bemolle sono potenti, luminosi, stentorei.
La voce appare un po’ affaticata, ma probabilmente perché nel turbinio di cambi e di sostituzioni il tenore armeno ha offerto la sua disponibilità a cantare due giorni di seguito, salvando di fatto una replica.
Con il trascorrere dello spettacolo la sua prova cresce di spessore e la scena della tomba regala momenti di suggestione.
Mancano, però, i colori che descrivano credibilmente Radamès: eroici senza essere troppo stentorei, contrastati ma mai troppo espliciti, sensuali senza essere sfacciati.
Cantare Radames non è facile, ma trovare un interprete che ne sveli in modo credibile il caleidoscopio di giuste sfumature è realmente raro. A noi pare che la ricerca debba continuare, pur ammirando lo strumento di Soghomonyan.
Olga Maslova è soprano affidabile, una di quelle professioniste che spiana le difficoltà dei teatri. Ha un repertorio decisamente vasto: passa da Turandot ad Aida passando per Madama Butterfly ed Abigaille.
Le note le canta tutte, il legato è sicuro e gli acuti sono potenti, anche se il timbro a noi pare non sempre omogeneo e certi colori ci risultano aspri. Alle volte vacilla l’intonazione .
A fronte di una interpretazione sostanzialmente apprezzata dal pubblico e che è andata crescendo per intensità dopo un ‘Cieli Azzurri’ un po’ problematico, non abbiamo trovato quella suggestione, quel trionfo di sfumature, che danno spessore ad un ruolo potente che necessita della giusta intensità e dell’appropriata chiave poetica.
Infine Fiorenza Cedolins nella parte di Amneris.
Sessant’anni, portati magnificamente. Una lunga carriera da soprano nei più grandi teatri del mondo. Personalmente l’abbiamo ascoltata la prima volta nel 1991 alla Fenice.
Trentacinque anni fa. Che vuol dire circa il doppio degli anni della carriera della Callas, più di quella della Tebaldi e di Beverly Sills , per fare paragoni con interpreti dello stesso repertorio.
Certo in tempi recenti le sue apparizioni si sono fatte sempre più rare. Si ricorda una ‘Adriana Lecouvreur’ a Cagliari, che stupì pubblico e critica per tenuta vocale e magnificenza scenica.
Incomprensibile come nessun teatro italiano abbia ripreso quell’allestimento.
Ancora di più che la Cedolins sia sparita dai nostri cartelloni.
Adesso la troviamo debuttante a Barcellona, come Amneris, dopo essere stata per molti anni una Aida di riferimento.
Scenicamente il soprano friulano si muove con eleganza, con una gestualità misurata, attenta, sapiente, che si staglia potente contro la confusione che la circonda.
La sua Amneris è una vera principessa, dalla voce sopranile sontuosa, cui mancano certe note scure piene, ma con una profondità di costruzione del personaggio rimarchevole.
La voce passa l’orchestra con sicurezza , il fraseggio è sicuro ed il lavoro su testo ed interpretazione sono da manuale.
Cedolins, grandissima Aida, ha maturato una conoscenza della partitura che le ha permesso di svelare sfumature affascinanti anche per la principessa egiziana, che non è mai monolitica nelle reazioni, ma sempre ricca di nuances , di contraddizioni, devastata dai dubbi e dalle angosce.
Una lezione di teatro, coraggiosa e profondissima che rinnova la speranza che i nostri teatri abbiano di nuovo la voglia, forse verrebbe da dire il coraggio, di accogliere questa cantante, che ci pare non essere sotto contratto con nessuna delle grandi agenzie teatrali, ma che ogni volta che sale su un palcoscenico dimostra di avere ancora tante frecce al suo arco.
L’orchestra risponde bene alla direzione del Maestro Josep Gil , che opta per delle sonorità marcate, certamente affini alle scelte registiche.
Buona la resa del coro, diretto dal maestro Pablo Assante .
Alla fine applausi per tutti gli interpreti e tante domande da parte nostra, sulle scelte dei nostri teatri.
Gianluca Macovez
6 ottobre 2026
informazioni
Barcellona, Teatro Liceu, 29 settembre 2026
AIDA
Opera in quattro atti di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi
Regia e video Shirin Neshat
Assistenti alla regia Vincent Bramoullé, Inés García-Pertierra
Scenografia Christian Schmidt
Costumi Tatyana van Walsum
Drammaturgia Yvonne Gebauer
Coreografie Dustin Klein
Lighting design Felice Ross
coro ed orchestra del Gran Teatre del Liceu
direttore del coro Pablo Assante
direttore d’orchestra Josep Gil
coproduzione Opéra national de Paris e Gran Teatre del Liceu, basata sulla produzione originale delFestival di Salisburgo
Cast
Il Re Vittorio De Campo