Sono anni oramai che la nostra testata segue il Fringe off, nelle sedi di Milano e Catania, una scelta dovuta alla passione che governa questa tipologia di festival, la passione degli artisti che si mettono in discussione, fanno rete, agiscono azioni comunitarie di apprendimento, che non sono solo presenti con l’idea di vendere uno spettacolo, ma anche quella di migliorarlo, affinare come se fosse un canovaccio in continua evoluzione; la passione degli organizzatori che lottano per offrire un prodotto fresco in un paese che spesso brulica di merce stantia. Che ciò poi avvenga in una città come Milano, abituata a correre sui binari della fretta, del design patinato e del business a chiamata è un atto davvero sovversivo. Ma ogni autunno, nonostante tutto la rivoluzione accade: per due settimane la mappa della metropoli si ridisegna, trasformando cortili, circoli di quartiere, laboratori artigiani e piccoli teatri indipendenti in un unico, gigantesco palcoscenico diffuso. È la magia del Fringe Milano Off International Festival. Accostarsi al Fringe Off significa rinunciare all'idea del "grande teatro" borghese e patinato, qui la cultura non attende lo spettatore nelle sale dorate del centro; si insinua nelle pieghe dei quartieri, dall'Isola fino alla Barona, occupando spazi insospettabili come laboratori di rilegatura e piazze periferiche. La vera forza di questa manifestazione sta proprio nella democratizzazione della scena: oltre cinquanta compagnie da ogni angolo del mondo si alternano in repliche serrate, creando un cortocircuito continuo tra artisti, residenti e addetti ai lavori. Scoprire Milano in queste vesti, poi è davvero una sorpresa e chi vi scrive quest’anno, forse come mai ha sentito una città accogliente, partecipe, presente alla “rivoluzione”, complice di questo movimento di riscrittura dei canoni classici del teatro. Di seguito alcuni spettacoli che abbiamo visto per voi.
Spazio Società Umanitaria, “Home sweet home”
L’incipit dello spettacolo è un breve trailer, inaspettato e assolutamente efficacie, l’attrice ci dirà poi che questo innesto nasce con l’idea di trasformare lo spettacolo in pellicola, azione che ci sembra fortemente congruente allo stile della piece. Lo spettacolo adotta la struttura del racconto di formazione tragicomico: una giovane attrice fuorisede si misura con la giungla immobiliare di una grande città. Tra provini estenuanti, agenti immobiliari senza scrupoli, annunci di posti letto surreali e la proliferazione incontrollata degli affitti brevi, la protagonista trasforma il proprio calvario quotidiano in una vera e propria epopea teatrale. I cinquanta minuti di messa in scena scorrono veloci, alternando il registro del monologo brillante alla satira socialmente impegnata. Miriam K ricorre a momenti musicali, cambi di tono repentini e una caratterizzazione fisica dei personaggi che attinge al grottesco, con un uso sapiente di elementi di costume, tra cui un amaro rimando alla figura di Pierrot, per restituire la frammentazione emotiva di una generazione costretta a sentirsi perennemente ospite. E il punto di forza è proprio l’attrice e regista, poliedrica, bella, simpaticissima, ma soprattutto in grado di mostrare tutti i registri della pratica attoriale in pochi minuti; scopriremo poi, non solo dei suoi studi al Centro di Cinematografia, ma anche dello studio della pratica di Le Coq, che ci sembra sia davvero il cameo di questo spettacolo. Abbattendo la quarta parete, l'interpretazione trasforma un problema personale in un’esperienza collettiva, restituendo al teatro la sua funzione primaria di specchio della comunità. Un tema attualissimo, raccontato da dentro, da chi si è trovata tra l’urgenza di vivere un sogno necessario e le vicende quotidiane di una città (possono essere mille altre) che ostacola il desiderio, mettendoci di fronte al dramma economico e sociale quotidiano, che in parte e quello di ognuno di noi. Lo spettacolo evita i cliché patetici per puntare su un'ironia affilata e riconoscibile. Il pubblico si ritrova immediatamente nelle situazioni descritte, ridendo con amarezza delle dinamiche speculative e delle disuguaglianze generazionali.
Spazio Parco Center, “Inside Monet”
Prodotto da WAY Experience, “Inside Monet” viene realizzato all’interno di Parco Center, un luogo che già esso è una sorpresa, uno spazio adibito ad attività culturali, una location adattissima a ospitare questo tipo di esperienza. WAY Experience non sono nuovi a far vivere agli spettatori questo tipo di sperimentazioni, da anni il loro obiettivo principale è rivoluzionare il modo di fare divulgazione culturale, scientifica e storica, trasformando la fruizione di musei, parchi e città da un'osservazione passiva a un'esperienza attiva ed emozionale. Non esattamente una performance teatrale, se non per la presenza dell’attrice che ci accompagna con il racconto della vita di Monet in sequenze di brevi viaggi virtuali che però valgono davvero la partecipazione all’esperienza. Ci si ritrova così immersi nei celebri campi di papaveri, nell'atmosfera del impressione, levar del sole, o sul ponte giapponese nel giardino di Giverny. La genialità del format risiede nel far dialogare la natura vera (il vento, i profumi e la luce del parco) con la ricostruzione virtuale delle tele impresso-naturalistiche. Il passaggio tra il mondo fisico e la pennellata digitale crea una continuità sensoriale che le tradizionali box rooms non riescono a restituire. Seppure nozionistico il racconto è narrato in prima persona, dalla voce del pittore, la cura delle immagini e la dovizia di particolari rendono questa esperienza satura di spunti spesso anche emotivi che lasciano lo spettatore in uno stato di gradevole sorpresa. Sicuramente più adatta a un pubblico differente, ottima ad esempio la fruibilità che potrebbe avere in contesti didattici ed educativi, resta il fatto che è stato un lavoro molto partecipato dal pubblico milanese, sicuramente un’urgenza di “nutrimento culturale” che è stata appropriatamente sfamata.
Spazio Parco Center, “HORSMA!”
Portato in scena dalla compagnia finlandese Yxpila Circus Club, creato e interpretato da Sara Airola e Mikko-Ilari Ojala, con la partecipazione di Usva Ojala, HORSMA! è un lavoro di circo contemporaneo e teatro fisico che scavalla ogni aspettativa rispetto a un teatro circense classico. La sottrazione totale della parola, per ben cinquanta minuti di spettacolo, non lascia lo spettatore a bocca asciutta, anzi, lo disseta attraverso la magia surreale di questa performance, che sembra costruita totalmente sulle debolezze, che diventano giocate sul piano fisico delle inevitabili “tenerezze”. Al centro del lavoro c'è l'esplorazione dei concetti di infanzia e dialogo intergenerazionale, il linguaggio utilizzato fonde le tecniche del circo contemporaneo con la performance art e un disegno sonoro live rumorista e astratto. La presenza sul palco di performer di differenti età genera un cortocircuito immediato: la gravità e la rigidità dell'età adulta vengono costantemente sovvertite dalla spontaneità, dalla vulnerabilità e dal gioco di un corpo ancora acerbo, precario, gli oggetti di scena e le dinamiche corporee si trasformano in un'arena in cui la ricerca di protezione si scontra con il bisogno anarchico di esplorazione e caos. Si gioca con cerchi che si smontano, sedie che restano appese al soffitto attraverso nastri sui quali fino a poco prima si è volteggiato, cavalli di legno che non sono più a dondolo; effige di un mondo bambino che ha smesso di giocare. Ci rapisce completamente l’efficacia di questo lavoro che funziona magicamente seguendo gli stessi canoni di un film muto, che seppure visto e rivisto più volte ci sorprende ancora.
Spazio Teatring, “E poi ci siamo sedute a guardare il mare (commedia tragica in un solo giorno”
Ad accogliere questo spettacolo è uno spazio sorprendente, il Teatring, uno di quegli spazi che il Fringe Festival ti permette di scoprire e che ti da una misura vera di quanto l’esigenza di fare arte scavalli completamente i luoghi istituzionali. Per entrare si citofona letteralmente a un portone e ci si trova prima in un cortile di un palazzo, poi in un sottoscala trasformato in teatro che ci lascia inevitabilmente sorpresi. Prodotto dalla compagnia TeatRing, la stessa che gestisce l’omonimo spazio, scritto diretto da Marianna Esposito, interpretato da Marianna Esposito, Dominique Evoli e Francesca Ricci, “E poi ci siamo sedute a guardare il mare” è una toccante "commedia tragica", come cita il sottotitolo che affronta senza filtri, né retorica un tema tabù e di profonda attualità: il diritto di scelta sul fine vita e l'autodeterminazione. Lo spettacolo racconta la storia di tre donne legate da un patto viscerale, decise a salutare la vita e a chiudere il proprio percorso alle loro condizioni. L'intera vicenda si svolge nell'arco di una sola giornata, al termine della quale le tre protagoniste si ritroveranno di fronte all'immensità del mare per l'ultimo atto del loro viaggio. Lo spettacolo è completamente muto, a accompagnare lo spettatore, una dopo l’altra una serie di canzoni che fanno da colonna sonora alla presa di coscienza della vita, attraversandone una dopo l’altra le varie fasi. Le attrici giocano unicamente con i loro corpi e un paio di oggetti, un cappello a larga falda e un paio di occhiali, il resto è solo mimica, soprattutto quella dei volti, intensa, espressiva. Il maggior merito della drammaturgia di Marianna Esposito risiede nel rifiuto del pietismo, lo spettacolo sa far sorridere, alternando l'ironia amara e la leggerezza quotidiana a picchi di intensa vulnerabilità emotiva. È una comicità che non sminuisce il dramma, ma lo rende sostenibile e profondamente umano. La comunione tra le tre attrici funziona benissimo, una si insinua nei silenzi dell’altra, ritagliando perfettamente tre tipi psicologici differenti. Sfruttando la cifra stilistica del teatro fisico cara a TeatRing, l'assenza o l'essenzialità della scenografia viene compensata da una gestualità precisa e ritmata. Il mare, evocato dal titolo, diventa una presenza tangibile attraverso la luce, il suono e gli sguardi rivolti al pubblico. Giusta anche la scelta dello spazio, il pubblico presente, la sala piena, il contatto stretto viste le dimensioni del luogo, producono sicuramente un coinvolgimento maggiore, quasi empatico, la distanza tra spettatore e palco, mancante, siamo tutti allo stesso livello, ci ha resi in qualche modo interni alla performance, parte della scenografia assente, uniti in un unico insieme di esperienza.
Spazio Teatropolis-Anima nera, “Puttana”
La nostra partecipazione a questo Fringe Milano Off chiude con lo spettacolo “Puttana” diretto da Mirko Corradini e interpretato da una poliedrica Beatrice Elena Festi, e ci sembra una chiosa perfetta, magica quasi, vissuta in un altro spazio sorprendente che il Fringe Milano Off regala agli spettatori; Teatropolis- Anima Nera è ricavato in uno degli ambienti in disuso della metropolitana milanese, si entra completamente nelle viscere della terra, e questo è lo spettacolo giusto per questo tipo di luogo. E’ un esperimento di narrazione musicale e teatrale audace, un’esplorazione cruda e priva di filtri, uno spettacolo mette a nudo i confini sottili tra corpo, merce, desiderio, vergogna e potere. Messa in scena giustamente pluripremiata, degna di teatri blasonati, per la pulizia formale del prodotto, la bravura dell’attrice, l’innovazione di quanto portato. Difatti la vera intuizione di “Puttana” risiede nel suo formato: una vera e propria partitura acustica e vocale, in circa un'ora di performance, l'attrice sola sul palco dà corpo e voce a personaggi differenti, muovendosi tra registri parlati, vocalizzi, rumori d'ambiente e frammenti musicali. Il suono diventa drammaturgia: anche l'atto più banale o quotidiano si trasforma in un elemento ritmico all'interno di un paesaggio sonoro avvolgente. Dirompente, come il titolo, crudo, lapidario, lo spettacolo è esattamente lo stesso, non lascia fraintendimenti e forse proprio per questo può spiazzare. Lo spettatore lo fruisce con le cuffie, scegliendo il volume da tenere, seppure come esplicitato la giusta fruizione è con il volume con cui è stato pensato; che è quello della chiarezza, dello schiaffo in faccia, della mancanza di fraintendimenti, distonico, fastidioso, crudele. Beatrice Elena Festi dimostra una versatilità tecnica impressionante. Passare da un personaggio all'altro con tempi d'incastro millimetrici richiede una tenuta vocale ed espressiva encomiabile, che tiene il pubblico agganciato al ritmo della narrazione. Mirko Corradini trasforma il suono nello scheletro dell'opera, è questa la vera magia, che regala al testo un grande impatto drammatico. La parola non si frammenta mai, il testo la valorizza e ne costruisce intorno un impalcatura solida sulla quale lo spettatore se vuole può tenersi, mentre tutti gli schemi pregressi dettati dalla morale si sgretolano. “Puttana” è una performance incisiva, contemporanea e necessaria, un lavoro che sfrutta appieno lo spirito del teatro "off" per provocare, risuonare e costringere lo spettatore a interrogarsi su quanto il linguaggio e il giudizio forgino la percezione del corpo altrui e ci auguriamo che continui ad avere questo successo.
Un valore aggiunto fondamentale è rappresentato dal Village Off, l'hub dove il festival deposita le sue armi sceniche per lasciare spazio al dialogo. Tra workshop, presentazioni di libri e tavole rotonde con programmatori internazionali, il festival dimostra di non essere soltanto una vetrina di spettacoli, ma un reale motore di carriera per le compagnie indipendenti e autoprodotte. Lasciamo il Fringe Milano Off con malinconia, seppure il format sarà accolto a brevissimo a Catania, nelle braccia di una città ai poli opposti dello stivale, con un’energia totalmente diversa, ma con la stesso impulso di “rivoluzione artistica”.
Barbara Chiappa
19 ottobre 2026