Recensione dello spettacolo Anagramma di madre in scena allo Spazio Diamante di Roma dal 13 al 18 ottobre 2026
Allo Spazio Diamante la scrittura di Betta Cianchini e la coppia Guerriero-Pantaleo trasformano il tema della genitorialità in una commedia amara, che fa ridere e che crea un nodo in gola.
Non è mai semplice trasportare sul palco emozioni, sensazioni ed esperienze che si sono realmente vissute nella propria quotidianità. Ancora di più se si tratta di un argomento così delicato e personale come l’essere genitori. Si crede sempre, per convenzione, che diventare genitori sia una delle esperienze più belle del mondo: il miracolo del parto viene esaltato dai nostri stessi parenti, eppure oggi sappiamo che non è tutto oro quel che luccica. Cosa accade dopo la nascita di un bebè? È questo il quesito da cui si sviluppa e parte la narrazione di “Anagramma di madre”, uno spettacolo costruito in base a un’indagine vera effettuata su più di cinquecento donne che, dopo il parto, hanno sofferto. E che hanno avuto il coraggio di chiedere aiuto per affrontare il periodo forse più complesso della loro vita, la depressione post-partum.
La Cianchini è riuscita a dare voce a tutte le esperienze raccolte nell’indagine ed è stata capace di renderle vive sul palco, conferendo ritmo e concretezza allo spettacolo senza mai farlo scadere in una sorta di documentario teatrale, ma presentando questi alti e bassi anche tra qualche risata seppur a denti stretti.
I neogenitori, interpretati da Antonio Guerriero e Luana Pantaleo, si alternano tra racconto e azione e a volte appaiono come osservatori della storia, proprio come dei personaggi che ne conoscono già il copione. La dualità mostrata in scena permette per la prima volta di assistere ai drammi vissuti anche dal neopapà: quando si parla di figli, l’attenzione si accentra sempre sulla donna, al suo essere diventata madre per la prima volta e alle difficoltà affrontate ogni giorno. E il neopapà? Lui è fuori tutto il giorno per lavoro, e sembra che non faccia mai la sua parte in casa coi figli, eppure non è così. L’uomo si rivela particolarmente sensibile quando diventa padre, così come la donna. Se la mamma non sta bene, di riflesso anche il papà non vive bene e spesso si sente un pesce fuor d’acqua.
Nei sessanta minuti di spettacolo, la regia di Giuseppe Miale di Mauro mette in risalto alternativamente entrambi i personaggi e lavora per sottrazione: poca scena, luci calde che creano un’atmosfera intima soprattutto durante le confessioni dei neogenitori, fiducia totale nella parola e nel rapporto tra due corpi. Pantaleo riesce in modo fluido e controllato a passare dall’essere una donna esasperata alla tenerezza più profonda. Guerriero, per oltre vent’anni nella compagnia di Vincenzo Salemme, interpreta un padre mai caricaturale, rappresentante di una generazione che per prima deve dare un nome al proprio smarrimento. Che i due siano coppia anche fuori dal palco, si ravvisa nella naturalezza degli scambi, ma dietro c’è soprattutto mestiere.
Si ride, quindi, e ci si accorge di averlo fatto per qualcosa che in realtà fa male. Questo è l’effetto di Anagramma di madre, in scena allo Spazio Diamante fino al 18 ottobre: una commedia amara sul post partum, che chiede talvolta allo spettatore uno sforzo di orientamento, soprattutto nella prima parte in cui la favola d’amore fulminea corre più veloce di quanto le emozioni che prepara sembrerebbero richiedere. E alla fine, si esce dal teatro con una convinzione: farcela non perché tutto si sistema, ma perché si decide di restare. È la scelta più onesta, e quella che rende lo spettacolo credibile.
Da vedere se si è genitori, se lo si sarà, o se non si sono mai trovate le parole per il “dopo”.
Diana Della Mura
17 ottobre 2026