I SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE SECONDO GUGLIELMO FERRO

I SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE SECONDO GUGLIELMO FERRO

Recensione dello Spettacolo Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Quirino di Roma dal 22 ottobre al 01 novembre 2026 

 

“Signore, ciascuno - fuori, davanti agli altri - è vestito di dignità: ma dentro di sé […] cede […].” Realtà e illusione, verità e finzione, identità e maschera, parole e incomunicabilità, pazzia e vergogna, comicità e dramma calcano il palcoscenico del Teatro Quirino, dove va in scena, dal 20 ottobre al 01 novembre, Sei personaggi in cerca d’autore, di Pirandello. Teatralità, espressività, drammaticità rappresentano la cifra stilistica che Guglielmo Ferro, regista e direttore artistico, sceglie per rappresentare il suo spettacolo, dimostrando un rispetto consapevole e quasi ossequioso nei confronti di una delle opere letterarie più importanti e innovative della letteratura del Novecento, regalando al pubblico in sala una prova di Teatro “d’altri tempi”. Il Padre, un convincente e tormentato Cesare Bocci, che ha la responsabilità della trama e del ritmo scenico, la Madre, una sofferente Melania Giglio, sofisticata e struggente, intensa e a tratti impietosa nell’interpretazione del dolore, la Figliastra, Marta Gastini che urla sarcastica e provocatoria la sua sofferenza e la sua volontà di rivalsa, il Figlio, Filippo Rusconi, impietrito dagli sconvolgimenti della vita familiare, come il Giovinetto, ammutolito e spaurito, e la Bambina, che avrà un infausto destino, sono i sei personaggi, creati dalla fantasia di un autore che non li ha mai elevati a rappresentazione scenica, cristallizzandoli per l’eternità nella loro condizione drammatica (“la creatura non muore più”). Protagonisti di un dramma familiare, e ognuno del proprio dramma individuale, vestiti di nero, a lutto, avanzano dalla platea e raggiungono il palco, dove irrompono durante le prove di una compagnia teatrale comica che inscena Il giuoco delle parti, altra opera di Pirandello, interrompendo la finzione scenografica. Rivolgendosi pietosamente al Capocomico, Mario Scaletta, che rimane per gran parte dello spettacolo ai piedi del palcoscenico, rivendicano di voler raccontare la loro storia (il copione è in noi, Signore. Il dramma è in noi. Siamo noi e siamo impazienti di rappresentarlo. E dentro urge la passione) e interpretarla attraverso gli attori, o meglio ancora attori loro stessi, al cospetto di un pubblico, guidati da un autore, il Capocomico appunto, per “vivere, almeno per un momento, in loro”.

Ecco la rivoluzione che scardina per sempre la drammaturgia classica, per proporre un nuovo modello teatrale, il teatro nel teatro, il metateatro che svela la finzione scenica e racconta il processo di creazione dello spettacolo, mettendo in discussione il rapporto tra realtà e finzione, ma anche la capacità stessa per un attore di interpretare la realtà, che diventa immediatamente stereotipata, convenzionale, quasi ridicola: “Un mestiere da pazzi: far parere vero quello che non è senza bisogno, per gioco.” “Conviene che lei diffidi della sua realtà”. La realtà dei Personaggi, eterni nella forma e nell’essenza per cui sono stati creati, è quindi, per Pirandello, infinitamente più vera e immutabile di quella degli Attori, che inesorabilmente cambiano e subiscono il flusso della vita, il passare del tempo.

Di fronte alla compagnia teatrale, che, schernendosi presuntuosa di questi folli personaggi, rimane dapprima immobile, disorientata, mutando i suoi interpreti in spettatori perplessi e circospetti, mentre il Padre si cimenta in un’estenuante opera di convincimento, il dramma prende forma battuta dopo battuta. Rispettando la poetica umoristica pirandelliana, non è, tuttavia, la storia, svelata dal Padre in ogni sua bruttura e vergogna umana, a interessare, e non è neanche il potente e spietato conflitto e contrasto tra il Figlio, i Figliastri e il Padre, che è già di per sé un tema psicologicamente e socialmente denso e attuale. È, bensì, l’evidente lacerazione tra realtà e finzione che Pirandello fa emergere; è la constatazione dell’autoinganno degli uomini, costretti a indossare in pubblico una maschera per sopperire all’isolamento sociale ma anche alla crisi della propria identità e non soggiacere al senso di colpa e alla vergogna; è la constatazione del relativismo della verità, che non è mai una e incontrovertibile, ma è individuale e incomunicabile; è la infelice e angosciante realizzazione del male delle parole, che creano solamente, senza mai riuscirci davvero, una vana e consolatoria illusione di connessione e comprensione, sollevando l’uomo dalla sua solitudine: “nelle parole abbiamo tutti dentro un mondo di cose ciascuno e come possiamo intenderci se io metto il senso delle cose come sono dentro di me e chi ascolta le assume nel modo come egli le ha dentro?”. 

Il regista rimane fedele al testo e la messa in scena, supportata da una scenografia ad hoc che sul palcoscenico fa comparire sedie accatastate in un angolo e altri pochi ma significativi elementi, sparsi qua e là a ridosso delle quinte e tra gli attori, è filologica e didascalica, rimandando al pubblico un eccellente lavoro rappresentativo. I protagonisti, diciassette artisti in totale, si muovono sul piano di calpestio trovando ognuno il loro posto, calibrando in maniera intelligente e armonica ogni passo sul palcoscenico, dove nulla è lasciato al caso. L’effetto è elegante e ogni scena, curata da Fabiana di Marco, diventa un quadro che, con contrasti di chiaro scuro opportunamente costruiti, cattura l’attenzione e il plauso del pubblico per la bellezza, fin troppo eloquente ed equilibrata, quasi un’opera nell’opera, a sé stante, in apparente contrasto con lo struggente svolgimento e sconvolgimento dei fatti. La pièce teatrale di Ferri riesce a commuovere e a smuovere in platea un intimo sussulto.  È coraggiosa nelle intenzioni e più che mai attuale nei temi, intramontabili, che ingabbiano da sempre l’umanità, in un equilibrio precario tra interiorità ed esteriorità, funamboli della vita. Eppure, nella ricerca della perfezione scenica, nell’intensità delle vocalità, nella ricercatezza dei costumi e nell’equilibrio della messa in scena, si perde il carattere rivoluzionario e innovatore, quasi dissacratorio, che ha destabilizzato il pubblico borghese dell’epoca e che ha caratterizzato tutta la produzione teatrale di Pirandello, Premio Nobel nel 1934. 

 

Francesca Sposaro 

30 ottobre 2026

 

INFORMAZIONI: 

20 ottobre - 1° novembre 

Teatro Quirino Centro di produzione
presenta

CESARE BOCCI

SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE
di Luigi Pirandello

regia GUGLIELMO FERRO

Scene FABIANA DI MARCO
Costumi ALESSANDRA BENADUCE
Consulenza musicale MASSIMILIANO PACE

Personaggi e interpreti 

I PERSONAGGI DELLA COMMEDIA DA FARE
Il padre Cesare Bocci
La madre Melania Giglio
La figliastra Marta Gastini
Il figlio Filippo Rusconi
Il giovinetto Laura Capitani
La bambina Nicole Pietrarelli – Laura Rita
Madama Pace Serena Marinelli
GLI ATTORI DELLA COMPAGNIA
Il direttore-capocomico Mario Scaletta
La prima attrice Beatrice Coppolino
Il primo attore Alfio Belfiore
L’attrice giovane Anastasia Bonarrigo
Il direttore di scena Enrico Spelta
Il suggeritore Domenico Sorrentino
Attrici della compagnia Cristina Conigli – Letizia Garaffa – Marta Pappalardo – Giuliana Pizzuti – Umberta Somma

Foto RICCARDO BAGNOLI

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014