A TREVISO UNA TRAVIATA  CHE  AFFASCINA

A TREVISO UNA TRAVIATA CHE AFFASCINA

Recensione di ‘La Traviata’ che apre la stagione lirica al  Teatro Comunale Mario Del Monaco

 

Una nuova stagione lirica di apre al Teatro Comunale Del Monaco di Treviso.
Il titolo è quello scelto per il ‘Concorso Toti Del Monte 2026’: ‘La Traviata’.
Il Concorso vide assegnati solo una parte dei ruoli, lasciando la giuria senza i due protagonisti.
Così il direttore artistico, l’infaticabile Maestro Stefano Canazza, ha trovato una soluzione: ha trovato un soprano giovane e di talento, Federica Guida  come Violetta ed una coppia di brillanti tenori, Davide Tuscano e Marco Ciaponi, che si sono alternati nella parte di Alfredo.
Noi abbiamo assistito alla replica domenicale, quella cantata da Ciaponi, ma ci dicono che alla prima Tuscano abbia fornito una apprezzata prova. 
Prima di ogni considerazione, una premessa che sappiamo di reiterare ogni volta: il plauso per come Treviso  sappia distinguersi, per bellezza delle messe in scena, qualità della proposta vocale, capacità di accogliere il pubblico, questo veramente un unicum nel panorama nostrano.
Un teatro che non si nasconde, che accoglie il pubblico con il sorriso, che regala i fascicoli dei programmi, con gli inservienti che accompagnano le signore anziane, aiutano a cercare le cose cadute, hanno pazienza e poi, un attimo prima che le luci si spengano trovano posto in sala, perché amano l’opera realmente.
 Con  un direttore artistico che corre da una parte all’altra, saluta gli abbonati, ascolta il pubblico, chiede pareri, fa sentire tutti importanti.


Il teatro deve essere anche questo, se si vuole seminare passione. Altrimenti è routine, che è uno dei veleni più micidiali per l’Arte, quella vera. Purtroppo anche un veleno diffusissimo.
Passando a quello he abbiamo visto ed ascoltato,  tutti i comprimari sono stati all’altezza della situazione e molti di loro  decisamente al di sopra della media  di quanto si ascolta nei principali teatri italiani.
Questo spiega anche il senso profondo delle scelte operate dal Concorso ‘Toti Dal Monte’, che se non ha trovato Violetta ed Alfredo, ha invece assegnato moltissimi ruoli secondari, mettendo in evidenza voci interessantissime  che hanno bisogno di tempo ed occasioni per crescere.
Andrea Pellegrini è un appropriato Dottore di Grenvil e Gianmarco Durante sa essere un interessante Barone di Douphol, sia dal punto di vista vocale che scenico. Marta Plude, vincitrice del ‘Toti’ nel 2020,  è una ottima Flora. La voce è piena, con un colore interessante, senza suoni forzati . La figura è elegantissima e si muove con misura , fasciata in un abito che ne esalta giustamente il fascino: è sempre una regina dei salotti, anche se spesso i registi se ne dimenticano.
Veniamo quindi al blocco dei vincitori del ‘Toti 2026’ .
Matteo Urbani, tenore giovane e dalle buone potenzialità, è un Gastone dalla bella figura e la voce sicura.  
Alejo Guiomar Alvarez è il Marchese d’Obigny ,credibile ed interessante.
Anna Cimmarrusti è una Annina di gran lusso. Vocalmente la sua è una voce che, pur nella  brevità del ruolo, si nota per bellezza e pienezza di suono. Si muove in scena con grande eleganza e misura  e speriamo abbia presto delle occasioni per mettere in risalto appieno le sue potenzialità.
Infine, fra i vincitori, il giovanissimo Svilen Denchev, Germont. Nonostante abbia solo 23 anni ha già ottenuto moltissimi riconoscimenti internazionali, grazie ad una voce certamente di grande valore. Una solida emissione, fiati ampi, acuti sicuri, tratteggia un padre di grande effetto.
Certo la voce non ha quel graffio fra dolore e malinconia, fra rimorso e determinazione che a noi pare caratterizzi il ruolo, ma non sono aspetti che si possano imparare, sono colori che la vita ti regala e per fortuna a quell’età ancora ci vengono normalmente risparmiati.
Comunque il suo personaggio non viene mai risolto con superficialità, gigioneggiando o forzando i suoni.
Di grande intelligenza anche la scelta di non scurire eccessivamente, ma di affrontare le arie  con rispetto sia della partitura che del suo strumento.
Molto interessante in questo senso la resa di ‘Pura siccome un angelo’, quasi un cantare a sé stesso prima che agli altri.
Nei duetti con il soprano, invece, ci sono dei momenti in cui la voce di Violetta lo sovrasta e questo, se musicalmente non ci turba, dal punto di vista drammaturgico ci lascia un po’ perplessi: ‘No, generosa, vivere e lieta voi dovrete ‘ secondo noi dovrebbe  arrivare come un ordine, mentre il confronto fra i due strumenti fa emergere possente la determinazione della donna.
‘Di Provenza’ è ben eseguito, senza eccessi ma senza risparmiarsi. Forse ci sarebbe voluta una tavolozza più ampia, ma siamo certi che, viste le premesse, arriverà ricca e variegata, basta aspettare un attimo.
Ma stiamo parlando di sfumature, di pennellate in un dipinto assolutamente riuscito, come conferma la potenza narrativa di ‘Addio’, cantato  in chiusura del duetto con Violetta, che  trova espressioni e colori realmente profondissimi e, per certi versi, stupefacenti: sembra che si rivolga a se stesso, che si imponga di andare via perché sa che non riuscirebbe più a reggere il dialogo. Una frase che da sola vale tante arie di altri colleghi.
Alfredo è Marco Ciaponi. In realtà dovremmo scrivere Marco Ciaponi è Alfredo, nel senso che la sua interpretazione è stata entusiasmante e lo rende realmente riferimento odierno per questo ruolo. Normalmente questa è una parte ingrata. Si canta tanto, con note alte e complesse, ma si risulta schiacciati  dalla protagonista.
Così non è stato: l’Alfredo trevigiano era figura profondamente  poetica, finalmente un uomo sensibile e delicato, che perde il controllo perché vede svanire i suoi sogni, le sue speranze e non per un machismo antipatico e stupido.
Ciaponi non punta alla potenza vocale, che certo non gli manca come dimostra nello straordinario intervento fuori campo al primo atto, ma sceglie di plasmare la parte trovando i colori delicati dell’uomo innamorato, giocando con mezze voci di luminosissima bellezza, corteggiando ogni parola, ogni frase, perché emergano nella loro forza poetica.
‘Dei miei bollenti spiriti’ è tratteggiato con misura, fiati lunghissimi, acuti sontuosi, come è nello stile del tenore di Barga,  ma soprattutto con una partecipazione ed una intensità che ammaliano la platea, che trasformano ogni suono in commovente poesia. Persino l’abusatissimo ‘Libiamo’ assume toni delicati e struggenti, che certamente avrebbero avuto l’approvazione del compositore bussetano.
La cabaletta viene ripulita da tutti gli effetti aggiunti da un secolo di gigionerie e ricerca di facili applausi e riportata alla sua originaria bellezza, con il do conclusivo di abbagliante luminosità, lunghissimo e potente, come la lama del dolore che attanaglia Alfredo in quel frangente.
Quando lancia il denaro a Violetta sa non scivolare mai nell’effetto verista, non perde, neanche per un secondo, il controllo della voce ed Alfredo, così,  pare rendersi conto immediatamente dell’errore commesso, regalandoci sfumature di rimorso e pentimento.
Nell’ultimo atto commuove, cantando con grande bravura e suggestione: la sua voce accarezza Violetta, trova quel giusto equilibrio fra compassione ed amore che finalmente rendono giustizia ad un ruolo troppo spesso calpestato dalle velleità egocentrici di tenori che credono che l’opera sia una sorta di circo delle note.
Ciaponi, invece, ha saputo distillare poesia.
Arriviamo infine alla protagonista: Federica Guida.
Trionfatrice della serata, ha offerto una sua visione del ruolo, cantando molto bene, centrando con sicurezza le note, offrendoci acuti potenti, solidi, ben sostenuti.
La sua è una voce sontuosa, di grande volume, alle volte fin troppo  se si vuole tratteggiare la fragilità di Violetta.
Crediamo che la fragilità, effettivamente, non fosse quello che voleva suggerire la Guida, che ha proposto piuttosto una donna determinata, sicura, che affronta la vita a muso duro. Nei momenti belli ed in quelli difficili.
Ci viene più da ammirarla che da commuoverci.
Ma non è errore, è una chiave di lettura.
Musicalmente, la nostra sensazione, francamente, è che  questo la porti alle volte a caricare i suoni , a spingere, quasi che avesse paura che il suo intento non arrivi tutto.
Invece il suono è potentissimo, convincente anche se noi rimaniamo convinti che il materiale di base sia veramente di grande bellezza e  non abbia bisogno di altro che di mostrarsi nel giusto modo.
 Ma, come detto prima, non stiamo contestando. Anzi: apprezziamo il coraggio di offrire una interpretazione personale  ma al tempo stesso rispettosa della partitura.
Certamente un ‘Follie’ giocato  di potenza, fermo restando che le note sono tutte centrate, lascia per un attimo stupiti, ma entrando nella giusta ottica se ne scoprono senso e suggestione. 
L’atto finale è cantato con grande personalità e regala momenti suggestivi, sia scenicamente che vocalmente, anche perché il soprano riesce a reggere le tre ore intense dello spettacolo senza cedimenti o stanchezza.
 La Guida, peraltro, si muove benissimo per tutto lo spettacolo e questo ci introduce ad un altro dei protagonisti della serata: Paolo Giani Cei, regista, scenografo, costumista, autore delle luci, che confeziona uno spettacolo magnificamente riuscito.
Una scena  girevole rimane la scenografia costante, pur se mobile, durante l’intero lavoro.
Al primo atto è possente e sontuosa, con una architettura in nero ed oro, imponente e funerea, sulla quale si stagliano i colori pastello dei costumi. Si muove costantemente, in un primo momento verrebbe da dire anche troppo, anche se le maestranze del teatro, bravissime, riescono a non far sentire neanche un cigolio, neppure una esitazione, un cedimento.
Man mano che la vicenda prosegue, appare chiara la chiave: quel muoversi era la vita di Violetta, quando ancora era ‘libera’  dalla conoscenza dell’ amore. Man mano che il dramma si dipana, tutto si fa meno concitato, fino all’immobilità delle ragnatele nell’ultimo atto.
La casa di campagna è un trionfo di tendaggi bianche e fiori, un sogno d’amore che crollerà, con un grande effetto finale, al momento della consapevolezza, da parte di Alfredo, di essere rimesto solo.
Il palazzo di Flora è una festa di colori e tendaggi.
Soluzioni intelligenti, certamente non onerosissime, ma di lussuosa bellezza e di grande efficacia.
Alla fine, le ragnatele avvolgono tutto, perfino, in certi momenti, i personaggi.
Il  grande lampadario che ha campeggiato nel primo atto, quasi fosse uno dei protagonisti, giace a terra, soffocato dalle tele di ragno, come ormai sono naufragati i sogni della protagonista.
Una delle soluzioni scenografiche più centrate, suggestive, funzionali e piacevoli che abbiamo visti negli ultimi anni, così inflazionati da ‘Traviate’ ora archeologiche, ora modernissime, ma raramente rispettose di partitura e pubblico. 
Efficaci i costumi, eleganti e sapientemente costruiti, che senza eccessi trascinano la vicenda fuori da un tempo per consegnarla all’eternità.
 Quello che ci ha entusiasmato è stato, anche, il fatto che tutti, dai coristi a protagonisti, avevano sempre qualcosa da fare, una trama, una narrazione.
Annina si aggira nella casa di Violetta come un fantasma uscito dai quadri di Casorati, una donna che guarda gli eventi leggendoli in anticipo e temendoli, quasi una Cassandra silente. 
Il duello fra Alfredo e Duphol si consuma in scena, con delle eleganti silhouette che si sfidano.
Parigi in festa  travolge Violetta, che morente pare attraversarla come fosse un sogno e così via, in una inesauribile sequenza di situazioni che oltre alla storia  dell’opera, raccontano della passione per il teatro, della ricchezza inventiva e culturale del regista, della voglia  di mettersi in gioco di tutti, come è costume di un teatro che dovrebbe essere un modello per tanti istituzioni sonnolente.
La OPV Orchestra di Padova e del Veneto ha suonato bene, sotto la guida sicura di Giancarlo Andretta, solido concertatore che non ha avuto bisogno di stravolgere la musica per segnare la sua presenza un solido professionista che ha guidato una serata musicalmente di grande valore, sostenendo con solidità anche i cantanti e valorizzando le potenzialità dei musicisti.
Appropriati gli apporti del Coro Lirico Veneto, diretto da Alberto Pelosin e decisamente apprezzati i tanti e sempre riusciti interventi del Corpo di Ballo Padova Danza Project.
Alla fine tanti, tantissimi  applausi per tutti a sancire un nuovo successo  per questo coraggioso teatro di tradizione, che così alto tiene il nome di Treviso nel panorama lirico nazionale.

 

Gianluca Macovez

28 ottobre 2026

 

informazioni


Treviso, Teatro Comunale Mario Del Monaco, 25 ottobre 2026

LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave
Direttore Giancarlo Andretta
Maestro del coro Alberto Pelosin
Regia, scene e costumi Paolo Giani Cei

OPV Orchestra di Padova e del Veneto
Coro Lirico Veneto
Corpo di Ballo Padova Danza Project
Nuovo allestimento e produzione Comune di Treviso – Teatro Mario Del Monaco, Comune di Padova – Teatro Verdi, Comune di Rovigo – Teatro Sociale

Personaggi e interpreti
Violetta Valéry        Federica Guida
Alfredo Germont        Marco Ciaponi 
Giorgio Germont        Svilen Denchev
Flora Bervoix            Marta Pluda
Annina                Anna Cimmarrusti
Il barone Douphol        Gianmarco Durante
Il marchese d'Obigny    Alejo     Guiomar Alvarez
Gastone            Matteo Urbani
Dottore di Grenvil        Andrea Pellegrini

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014