Lunedì, 03 Ottobre 2022
$ £

In Fedeltà al Todi Festival: intervista con il regista Roberto Rustioni

Al Festival di Todi, in anteprima nazionale assoluta, è andato in scena, domenica 28 agosto, In Fedeltà, un esperimento scenico giocoso, frutto della creatività originale del drammaturgo scozzese Rob Drummond che mette sul palco il pubblico. Il testo, riadattato e tradotto dal regista milanese Roberto Rustioni, è alla prima uscita in questa XXXVI edizione del Festival umbro e girerà l’Italia nei mesi di ottobre e novembre (dal 4 al 9 ottobre a Cagliari, dal 18 al 20 novembre presso il Teatro Belli di Roma in occasione della rassegna TREND e infine dal 22 al 27 novembre al Teatro Filodrammatici di Milano). Uno spettacolo che rappresenta una performance collaborativa in cui l’attore Loris Fabiani guida due persone single del pubblico, scelte casualmente, nel percorso della conoscenza reciproca. A parlarcene è stato il regista Roberto Rustioni, incontrato in occasione dell’anteprima nazionale al Teatro Comunale di Todi.

Come nasce questa idea e l’interesse per i lavori di Drummond?

L’idea di mettere in scena questo esperimento nasce e si costruisce attraverso vari step. Questo è il primo, in quanto la natura del lavoro stesso porta a creare una sorta di work in progress che sempre si trasforma. L’interesse viene dalla particolarità e originalità delle opere di Drummond e dalla sua idea di messa in scena del tutto nuova per noi. Quando mi hanno chiesto di lavorare con questo autore, mi proposero un altro testo “The Majority” un lavoro del 2018 in cui sostanzialmente si invitava il pubblico britannico a rivotare la Brexit. In quel testo però ho riscontrato la difficoltà di trasportarlo all’interno della realtà italiana poiché un lavoro di riadattamento avrebbe svilito l’anima dell’opera. Così virai su “InFidelity”: un soggetto più universale e aperto in quanto parla dell’amore, di cosa significa la monogamia e il rapporto di coppia ai nostri tempi. 

Mai come in questo caso la presenza di un pubblico collaborativo è fondamentale, giusto?

A differenza di uno spettacolo canonico, dove diventa importante la ripetitività della prova senza pubblico, prima di andare in scena, qui la cosa si ribalta. Per me è stata una novità trovare inevitabile la prova con un pubblico, altrimenti non si riescono a mettere in scena alcune dinamiche e alcuni giochi che fanno lo spettacolo. 

Arriviamo da anni di pandemia, in cui l’incontro tra individui è mediato da app e siti di incontri. L’ esperimento un po’ si rifà a questi meccanismi?

Decisamente. Tutto questo con la pandemia si è accentuato. Quando Drummond lo ha scritto nel 2016 ovviamente già aveva dei riferimenti in alcuni programmi televisivi di dating show, ma mentre i reality rappresentano una sorta di drammatizzazione di un rapporto, le app sono strumenti dietro cui ci sono gli utenti veri, le persone. Queste piattaforme sono proprio come lo spettacolo: transgenerazionali. 

Come si sviluppa materialmente l’opera in scena?

Il testo ha diversi filoni: una parte è legata a Darwin, alla sua biografia e, tramite questa, all’interpretazione dell’antropologia e della psicologia evoluzionista che attraversa le relazioni sessuali e di coppia. Quindi c’è la parte legata al performer che ha anche lui una sua biografia, come una bio su un’app di dating. Infine, ci sono le biografie degli spettatori che partecipano e che vengono selezionati. L’ultimo filone è quello della partecipazione della platea che viene chiamato in causa per giocare e mandare avanti, insieme alla coppia, la narrazione. 

Ecco, questo esperimento a teatro, che poi è in gran parte finzione, ci porta a chiederti: quanto fingiamo quando siamo di fronte ad una persona che ci interessa? Quanto mettiamo in scena una performance per rivelare noi stessi?

La cosa interessante è proprio questa: lo spettatore alla fine rimane in dubbio su quanto ci sia di vero o di fittizio nel testo e nello spettacolo stesso. Certo, le coppie scelte sono vere, autentico, ma quanto diranno di vero nella costruzione della loro biografia? Cosa mostreranno e cosa invece nasconderanno? Ognuno, d’altronde, nella vita tende a fingere in taluni momenti, come un interprete quando deve recitare parole non sue ma del drammaturgo. Una leggenda vuole che Darwin, in punto di morte, abbia rinnegato di fronte a sua moglie, per non farla soffrire, la sua teoria dell’evoluzione, così da farle immaginare e sperare un paradiso dove si sarebbero potuti incontrare di nuovo un giorno. 

Anche il tuo lavoro precedente, Idiota, prendeva le mosse da un esperimento che poi in qualche modo ha avuto un enorme successo con la serie tv Squid Game. Anche in quel caso la partecipazione emotiva del pubblico era importante?

Certo. In quel caso siamo di fronte a testo assolutamente distopico, con argomenti che riprendono le forme di controllo, gli esperimenti su cavie umane etc. La partecipazione del pubblico rimane in qualche modo indiretta, più tradizionale. Il protagonista veniva sottoposto a una serie di giochi crudeli per arrivare a vincere un premio in denaro e subiva test psicologici e fisici terribili. Il pubblico in quel caso era stimolato più da un punto di vista emotivo che partecipativo. 

Ora con In Fedeltà la partecipazione diventa diretta ma quali sono gli scopi di questo esperimento?

Toccare le nostre zone più intime e più profonde è uno degli obiettivi del testo. Ovvio che poi la speranza finale è quella che davvero i due single possano in qualche modo proseguire la loro conoscenza al di fuori del teatro. Nello spettacolo viene dato anche un compito alla coppia che è quello di organizzare un secondo appuntamento nella vita reale, senza pubblico e senza palcoscenico. Siamo davanti alla rappresentazione degli aspetti umani dell’amore. Ci tengo a dire, però, che il lavoro è stato scritto e progettato con una grande cura e pensando soprattutto al rispetto e alla delicatezza dei sentimenti e del lato emotivo del pubblico che entra in gioco, senza nessuna forma di aggressività o forzatura di partecipazione. 

Il contatto che torna fisico con questo esperimento è anche un po’ il senso del pubblico che torna in contatto con il teatro stesso?

Sicuramente. Dopo due anni e mezzo di pandemia e di contatti assottigliati allo zero o quasi, l’importanza di tornare a toccare con mano e dal vivo sentimenti ed emozioni spinge anche lo spettatore a partecipare. Un buon modo per rincontrarsi a teatro e chissà, per innamorarsi: la forza di questo testo è nel riuscire a portare in sala un pubblico che magari normalmente non è stato attratto dalle performance teatrali. Io dico: anziché rimanere a casa a fare match su un’app, venite a fare match a teatro dal vivo! 

 

Federico Cirillo

30 agosto 2022

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per scoprire gli sconti sugli spettacoli teatrali riservati ai nostri lettori