Venerdì, 06 Marzo 2026
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Teatro dei Colori: giocare con il nero per suggerire immagini, intuizioni e sensazioni

Intervista alla regista e drammaturga Valentina Ciaccia di Teatro dei Colori

Chi abbia assistito a uno spettacolo firmato Teatro dei Colori è impossibile non sia rimasto meravigliato da quel nero da cui tutto sgorga in maniera poetica, mescolando arti visive, artigianalità e impegno fisico. Coinvolgendo chi guarda in un’esperienza, anche uditiva, che finisce con il sospendere la realtà ricreandone forme e significato. Per capirne di più e gettare uno sguardo su un meccanismo che continua a incantare dopo quasi 40 anni di attività, abbiamo intervistato la regista e drammaturga Valentina Ciaccia, che dentro Teatro dei Colori ci è praticamente cresciuta.

 

Partiamo dall’inizio qual è l’intuizione che ha portato alla nascita del Teatro dei Colori?

Il Teatro dei Colori nasce nel 1987, soci fondatori Gabriella Montuori e Gabriele Ciaccia, dalla necessità di creare una forma di teatro fortemente ibridata con le arti visive. 

Il primo spettacolo Colori…immaginare l’immagine vede nella sua prima versione l’uso di figure luminescenti, musica elettronica, diapositive, stoffe riflettenti. Gli animatori si muovono su fondo nero, invisibili, in una fusione di tecniche sceniche che va dalla biomeccanica al bunraku, oltre ovviamente alla ben nota tecnica del teatro su nero di matrice mitteleuropea. 

Il riferimento però è soprattutto al Teatro del Bauhaus, alle avanguardie storiche, e ovviamente al Teatro del Colore del Futurista abruzzese Achille Ricciardi, il primo teorico dell’uso psicologico del colore in scena, un intellettuale dimenticato dalla storia, che era in contatto con Craig ed altri grandi del ‘900.

Questo spettacolo vince il primo premio ETI - poi ribatezzato Stregagatto - e anche grazie a questo, la compagnia riceve il riconoscimento del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che mantiene fino a questo tumultuoso 2025.

 

Il vostro modo di fare teatro ha un carattere spiccatamente artigianale: dagli elementi creati ad hoc a un effetto decisamente spettacolare frutto di un sapiente lavoro del corpo, tanto da poter apparire ad occhi superficiali il risultato di una semplice proiezione su fondo nero. Chiaramente non lo è: quali requisiti devono avere un attore o un’attrice per poter eseguire una performance così impegnativa, sia per quanto riguarda quello che lo spettatore vede sia per ciò che accade a sua insaputa?

La nostra tecnica nasce da una sistematica conoscenza della scenografia teatrale, e come per ogni compagnia di teatro di figura, dalla capacità di costruire gli elementi da animare, con qualche piccolo segreto. Le sagome luminescenti sono costruite rispettando sia delle caratteristiche utili alla percezione dello spettatore, con un approfondito studio della percezione visiva, della Gestalt, sia per assecondare - o sfidare - il corpo dell’animatore nei suoi movimenti organici, in un gioco sottile di dimensioni, spessori, pesi, struttura. 

La preparazione fisica è molto particolare, la tecnica si è sviluppata nei nostri 38 anni di storia, con prove ed errori… Sin da bambina ho imparato a giocare col nero, e ho approcciato lo sviluppo della tecnica corporea non solo in una dimensione di bottega teatrale, imparando quindi per imitazione, ma anche introducendo elementi di preparazione della danza e del mimo, delle arti marziali e tanto altro. Il risultato è ciò che ho ribattezzato lo studio della forza debole che lavora sull’apparato muscolo-scheletrico secondo rigorosi principi di anatomia, con una particolare attenzione al tessuto della fascia. Negli anni, abbiamo sviluppato una maggiore precisione, ma soprattutto un ritmo visivo molto sostenuto. Difatti quello che potremmo definire il frame rate delle immagini è più che raddoppiato dal 1987 ad oggi. E poi ci sono tutte le nostre tecniche di memoria spaziale, di presenza che si esprime in uno spazio scenico totalmente al buio… e qui in un certo senso, si entra in una dimensione quasi meditativa, sacrale. Ma allo stesso tempo per noi divertentissima. Il teatro nero fa bene alla mente e al corpo, è certo. Requisiti per le animatrici e gli animatori: avere un ego non troppo ingombrante, in grado di perdersi in un flusso sonoro di movimento e colore, il corpo si può sempre allenare, e maggiori sono le differenze corporee tra un membro e l’altro del cast, maggiori sono le possibilità di giocare in scena.

 

 

C’è moltissimo nero nel vostro lavoro: dalle tute e dai cappucci indossati dagli attori e dalle attrici fino al buio che serve per far esplodere i colori. Qual è il tuo rapporto con i colori in genere e il nero in particolare?

Il nero è per noi legato ad un concetto molto importante: lo svelamento. La magia si crea nella perfetta intersezione di effetto scenico e comprensione dell’effetto da parte del pubblico. Il nero è l’universo da cui tutto nasce, ed è uno spazio di possibilità - non di paure - infatti quando giochiamo al nero nei laboratori con i bambini accade una magia, i piccoli sono straordinari. Poi il mio rapporto con il colore è molto particolare, sinestetico, per me colore e musica sono da sempre un’unica cosa. Sarà per questo che i nostri spettacoli sono stati definiti inclusivi per eccellenza, e che anche nel nostro cast c’è spazio di espressione per varie sfumature di neurodiversità.

 

 

Chi pensi sia il pubblico ideale per i vostri spettacoli?

Chiunque abbia voglia di perdersi, di giocare, di farsi trasportare da colori e suoni. I nostri spettacoli sono tout public, davvero 0/99. A volte hanno la semplicità di un haiku, a volte la stessa scena fa ridere i piccoli e piangere di commozione i grandi… Il linguaggio prefigurativo è di facile comprensione per i bambini molto piccoli, e mi fa sempre ridere quando i grandi si lanciano in paragoni con Klee o Albers: è vero, ci ispiriamo a loro, ma soprattutto alla capacità del pensiero infantile che alberga in ognuno di noi, basta solo ricordarlo.

 

 

Quale ritieni debba essere la funzione del teatro oggi e come Teatro dei Colori vi contribuisce?

Il teatro ha il compito di essere soprattutto un momento di condivisione dell’esperienza artistica. E oggi più che mai ha il compito di sviluppare i linguaggi, la ricerca, l’innovazione. Se si fa questo si risponde ai bisogni della comunità, della scuola, del pubblico. Il teatro non è mai elitario se è forte nell’espressione di un linguaggio artistico. L’arte, quella vera, si può fare ovunque, in una strada, in una palestra, in un parco, come in un teatro da 800 posti. Il teatro è un’istituzione di libertà e democrazia, proteggere il teatro significa contribuire a rifondare ogni volta le basi della società democratica. Ci vuole pensiero critico, ci vuole ironia.

 

 

L’utilizzo delle tecnologie più contemporanee rischia di privare il teatro di una delle sue caratteristiche più affascinanti: quella dell’esperienza irripetibile perché unica, grazie e a causa di un atto che è innanzitutto fisico e cambia a ogni replica pur rimanendo se stesso. 

Portando avanti un progetto di grande artigianalità e uguale potenza cosa desideri per il futuro di Teatro dei Colori?

Intanto desidero stupirti con la nostra prossima grande produzione, che unisce le tecniche dell’artigianalità, e quelle della multimedialità. Il Teatro dei Colori è stato tra le prime compagnie italiane a giocare negli anni col motion capture, dato che la nostra tecnica corporea ci garantisce, come dire, una certa marcia in più… Per noi è naturale usare qualsiasi forma scenica in un senso drammaturgico, non decorativo. E soprattutto in quella che è la vera dimensione della performance. Se mi permetti un pensiero provocatorio, non basta una sventagliata di tecnologia a creare una performance, ci vuole lo studio della drammaturgia in ogni sua forma, che si può fare, come facciamo noi da anni, anche senza parole, o senza una figura umana immediatamente riconoscibile. E poi, a volte fa un po’ sorridere, vedere performance nel 2025 con l’ultimo e più innovativo laser prodotto, che si limitano ad imitare Loie Fuller, Moholy-Nagy o Svoboda. Ci si potrebbero fare tante di quelle cose in più… e ultimamente anche noi abbiamo il guizzo di ricominciare a giocare anche su questo piano. E comunque, mi stupisco sempre del fatto che ogni volta che tiro fuori un elastico in scena, non ci credono nemmeno quando lo toccano, che non è un laser.

 

 

Cristian Pandolfino

13 luglio 2025

 

 

 

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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