Recensione del concerto diretto dal Maestro Enrico Calesso, il 31 dicembre al Teatro Verdi di Trieste
Il teatro Verdi di Trieste chiude il 2025 calando un poker d’assi: il soprano Jessica Pratt, il bass- baritone Giorgio Caoduro, il tenore Marco Ciaponi , diretti dalla bacchetta sapiente di Enrico Calesso, impegnati in un concerto che è andato sold out in pochissime ore .
Un pubblico straripante ha salutato un anno difficile per il teatro triestino, caratterizzato da un iter esageratamente lungo per la nomina, che è stata una riconferma, del Sovrintendente; tensioni interne evidenti; una incertezza anomala, che ha portato a comunicare i cast delle varie opere, oltretutto neanche completi, solo a stagione avviata.
In tanta difficoltà, però, anche degli elementi molto positivi: il personale del teatro che ha saputo superare le criticità che man mano incontrava e mantenere attivo e vivace il rapporto con la città; gli appassionati che hanno dimostrato fiducia e rinnovato gli abbonamenti senza sapere gli interpreti ; l’acquietarsi, speriamo definitivo, delle tensioni dopo la conferma di Giuliano Polo e la nomina del nuovo direttore artistico, il Maestro Valerio Vicari, che certamente saprà continuare ed incrementare quella politica di rilancio e di qualità che tanto serve al mondo della cultura.
Una pagina si è girata, si sono ottenute delle certezze che, al di là delle opinioni dei singoli , sono la base per ogni ripartenza e per qualsiasi decisione.
Simbolicamente questo concert , poteva essere l’occasione per la città di abbracciare il teatro e per il Verdi di rassicurare il suo pubblico. Oppure l’ufficializzazione di una distanza ego referenziale fra istituzioni ed appassionati.
Non ci sono dubbi che l’obbiettivo centrato sia stato il primo. Alla grande.
Da subito si coglie un’atmosfera di condivisione che coinvolge quasi tutti i presenti, un entusiasmo tangibile, tanta appassionata partecipazione.
Il Maestro Calesso saluta la sala ed introduce, purtroppo solo all’inizio dello spettacolo, i brani con garbo e misura, presentando i tre cantanti, non elencandone i pirotecnici curriculum, ma raccontando il loro rapporto con la città, ricordando i recenti successi al Verdi, evocando il piacere con cui hanno accettato di cantare in questa occasione.
In questo modo, mettendo la parola prima della musica eseguita, il direttore riallaccia con mano sapiente i fili della memoria collettiva, irrorandoli di quella passione di cui tutto il teatro, in questo periodo quello di Trieste in particolare, ha tanto bisogno. Mette in primo piano piano il rapporto con il pubblico, evitando stereotipi e frasi fatte, ma scegliendo una forma saggiamente colloquiale, che avvicina e coinvolge. Segnale importantissimo.
Come fondamentale è stata la scelta dei brani.
Avere presente che è una sera di festa, ma che questo non vuol dire né essere scontati, né rinunciare alla raffinatezza, è un modo per proclamare il senso di una istituzione ed il valore di aver scelto di essere lì invece che in piazza od in osteria.
In questo concerto, nella Babele che avvelena il mondo culturale odierno, abbiamo parlato tutti la stessa lingua ed in questo modo è stato possibile anche superare i conteggi da ragioniere, perché se si fossero accolte tutte le richieste, sarebbe stato necessario farlo in piazza quel concerto. Gli incassi sono da sold out, la domanda di posti era da trionfo.
Si comincia con l’Orchestra della fondazione che esegue la ‘Sinfonia’ da L’Italiana in Algeri di Rossini.
Subito evidente la qualità dell’intera serata. Una lettura asciutta, attenta, tesa a mettere in risalto le potenzialità di un organico musicale che il direttore riesce ad esaltare sempre di più. Si coglie un rapporto prezioso, certamente costruito pian piano, vincendo le diffidenze iniziali, nel quale mettere in risalto la bravura dei musicisti è la finalità del Direttore e non uno strumento per apparire.
Il crescendo è potente sia nella resa che nel rigore ed ogni sezione orchestrale coinvolta appare in magnifica forma.
Calesso utilizza tutto corpo per trasmettere quello che cerca dai musicisti: il movimento elegante delle mani, le braccia che volano, le gambe che si piegano per accompagnare certe frasi, la schiena che si curva quasi per accompagnare il moto degli archi.
Pare un airone, elegante, silenzioso, maestoso.
Vive ogni nota, ogni pausa e dimostra che questo può essere fatto senza saltare rumorosamente, senza emettere suoni che sembrano bramiti, servendo l’orchestra senza sovrastarla, accompagnando i cantanti senza doppiarli in diretta.
Una esecuzione di grande presa che il pubblico dimostra di apprezzare moltissimo.
A dimostrazione della scelta non scontata del programma, il primo dei pezzi cantati è “Deh ti ferma / Quei numi furenti” dalla Semiramide di Rossini. Protagonista il bass- baritone Giorgio Caoduro , fresco dei successi triestini quale autorevole Conte d’Almaviva nel ‘Le Nozze di Figaro’ ed in arrivo dal Portogallo dove ha interpretato la Messa per la Notte di Natale di Ponchielli.
L’aria di Assur è brano complesso, che prevede note piene da basso, ma anche acuti solidi e svettanti. In entrambi i casi Caoduro convince .
Certamente la dimensione del concerto non è quella ideale per gustare il cantante, che è interprete istrionico e dopo pochi attimi è padrone del palcoscenico: cammina, gesticola, interpreta, tanto che alla fine ti pare di vederlo vestito da babilonese, invece che nell’elegante completo giacca e cravatta.
Cesella dal par suo ogni nota ed ogni parola, gli piace affrontare le difficoltà con decisione, ma senza gigioneggiare, senza cercare note trattenute per strappare l’applauso, che comunque arriva copioso alla fine del brano.
Il brano seguente è un’aria complessa della Linda di Chamounix di Donizetti: “Ah tardai troppo… O luce di quest’anima” . Protagonista un’elegantissima Jessica Pratt, sempre più avvenente e sempre bravissima.
Scala le asperità del brano con apparente facilità, salta le ottave con leggiadria, vola sul pentagramma come un colibrì, veloce e sicura, supportata con sensibilità da Calesso.
Pubblico giustamente acclamante.
Il Coro, diretto da Paolo Longo, conferma la crescita e regala un convincente “Che interminabile andirivieni” dal Don Pasquale di Donizetti .
Particolarmente riuscito l’equilibro dei pesi sonori delle varie sezioni e molto apprezzata la resa complessiva omogenea, senza sbavature .
Marco Ciaponi, dopo essere stato un magnifico Conte nel recente ‘Barbiere di Siviglia’ ,in questo concerto si conferma tenore di grande spessore.
La tecnica, l’abbiamo scritto tante volte, è sicura e precisa. Rimpiangiamo molto che la sua insegnate, Cinzia Forte, sia così poco presente sulle scene perché siamo sicuri faccia parte di quelle interpreti che avrebbero ancora molto da dire e da dare, ma siamo molto grati per la serietà e la competenza con cui prepara i suoi allievi.
Quello che, a nostro parere, fa la differenza, non è solo l’aspetto vocale, ma la capacità di rendere il personaggio, l’attenzione alla parola, al senso della frase, sia musicale che scritta.
Si capisce tutto quello che Ciaponi canta, cosa rara, ma soprattutto si ha la netta consapevolezza che Ciaponi abbia colto il senso profondo di ogni parola che intona, cosa rarissima.
Non viene a compromessi con lo spartito. Raggiunge con sicurezza le note, ma quello che cerca non è il suono, ma la poesia, la sensazione che ha trovato nel pentagramma.
Tutto questo è arrivato sontuoso nella proibitiva “Ah! Mes amis” da La fille du régiment di Donizetti , nella quale ha eseguito la sequenza dei nove do senza nessuna difficoltà ed offrendo un colore interessantissimo.
Come è facile immaginare anche in questo caso gli applausi sono stati calorosissimi.
Ritorna quindi in scena Caoduro con una pirotecnica “Udite, udite, o rustici” da L’Elisir d’amore.
Una esecuzione magistrale, per ritmo, purezza di suono, ricchezza di colori. Acuti solidi, fiati lunghissimi, oltre alla magnificenza della coloratura, ambito nel quale a noi pare che al momento il cantante triestino, d’adozione, non abbia rivali.
Pubblico che si dimentica dell’occasione elegante e si concede qualche urlo di approvazione, che affiora fra gli applausi che travolgono la platea.
Buona complessivamente la prova del coro in “D’immenso giubilo” da Lucia di Lammermoor che precede la celeberrima “Oh! Se una volta sola / Ah! Non credea mirarti / Ah! Non giunge uman pensiero” da La Sonnambula .
La Pratt regala una esecuzione impeccabile vocalmente, trovando una gamma stupefacente di colori e sfumature. Ricche ed ambrate le note basse, preziosissime le mezzevoci e dirompenti i passaggi d’ottava.
La tecnica non è mai la protagonista, ma lo strumento infallibile per una narrazione affascinante, dolente e ricca di pathos, molto ben sostenuta da coro ed orchestra, accomunati nell’ovazione finale che ha premiato la scena del sonnambulismo di Amina.
Il viaggio musicale arriva a Verdi.
Prima con il piacevole “Di Madride noi siam mattadori” da La Traviata che, forse anche per la frequenza con cui il titolo viene proposto a Trieste, è eseguito con convincente sicurezza e buona resa dal coro del Verdi.
L’unico duetto in programma è quello da Rigoletto : “E’ il sol dell’anima / Addio addio” . La Pratt è una Gilda convincente, che trova nello strumento i giusti colori per la fanciulla ingenua ed innamorata, quasi siderale nella purezza vocale.
Ciaponi è un Duca luminoso, sicuro di sé ed ammaliatore, padrone di fiati amplissimi e di una freschezza vocale adamantina. Le mezzevoci sono emozionanti, gli acuti sicuri e svettanti.
Pregevole l’intesa vocale dei due cantanti, applauditissimi.
Calesso plasma un Intermezzo da Cavalleria Rusticana struggente. Il lavoro di pulizia ed interpretazione è fenomenale ed il racconto arriva all’anima come solo un poeta sa fare. Esecuzione magistrale, grazie ad un’orchestra in stato di grazia, che avvince il pubblico che pare trattenere il fiato per tutta l’esecuzione fino ad un applauso che è al tempo stesso di apprezzamento e di ringraziamento per tanta bellezza musicale.
Notevole la tavolozza che il coro sa mettere in campo in un riuscitissimo “Din don, suona vespero” dai Pagliacci di Leoncavallo , giustamente applaudito.
Ciaponi a questo punto stupisce tutti con “Che gelida manina” da La Bohème.
Già averlo inserito nel programma suona come una sorpresa, che scopriremo essere stata fortemente caldeggiata dal direttore d’orchestra.
Il risultato è stupefacente: il suo Rodolfo è appassionato, credibile, mai esagerato ma sempre in parte.
Un poeta che racconta l’amore, con una voce che trova i colori tersi del giorno che arriva, ma anche con una passione che al tempo stesso brilla per ardore giovane e determinazione virile, che corteggia ogni nota, sembra averla vissuta prima di emetterla, la carica di una autenticità che ipnotizza il pubblico, in un rincorrersi di armonia musicale e narrazione sentimentale, fino all’ultimo, intenso e raffinato ‘vi piaccia dir’, che ha la purezza del raggio di luna che lo illumina e l’intensità di una carezza da innamorato.
Il pubblico si spertica in un lunghissimo applauso, che continua per accogliere la Pratt che propone l’aria della bambola di Les contes d’Hoffmann.
Il brano, notissimo, è pirotecnico ed eseguito con grandissima intelligenza. Il virtuosismo è continuo, ma mai risolto in uno sterile autocompiacimento vocale. Ogni nota ha il senso giusto. Variazioni ed abbellimenti non sono inseriti per ostentare, ma per raccontare. Lo spartito è rispettato con quella attenzione e quell’umiltà che è degli autentici fuoriclasse.
Riesce a divertire e pare perfino divertirsi, anche coinvolgendo nella gag della ricarica il direttore, che non capiamo se dietro al sorriso mascheri soddisfazione od imbarazzo. L’affinità musicale fra i due è notevole e la capacità di offrire tutti gli spazi necessari al soprano perché si esprima al meglio è l’ennesima prova della consapevolezza di quale debba essere il ruolo di un direttore autenticamente bravo.
Ancora applausi oceanici, meritati tutti.
Si chiude con alcune pagine dedicate all’operetta. Giusto tributo ad un genere che a Trieste trovò casa preziosa e che speriamo ritrovi i giusti modi per brillare ancora.
Dalla Vedova Allegra, Caoduro saluta il pubblico con una bella “O patria, quanti onor mi dai” .
Il cantante percorre il pentagramma con sapiente bravura, mettendo in mostra un caleidoscopio di colori, acuti brillanti e fiati gestiti con bravura. Il suo Danilo diverte, si muove , gesticola, senza cadere mai in quegli eccessi che troppo spesso riducono il personaggio a macchietta, trasformando un capolavoro musicale in avanspettacolo di giro.
Non solo un’aria cantata benissimo, ma una lezione di stile.
Ciaponi chiude le sue arie con “Tu che m’hai preso il cuor”. Ci propone una lettura attenta, spesso malinconica, commovente, giocata anche sulle mezzevoci, sui fiati lunghi, poetica. Fino all’acuto finale che da un lato strabilia il pubblico, dall’altro rende ancora più coinvolgente drammaturgicamente la sua applauditissima esecuzione.
Si chiude con un pezzo d’insieme di grande effetto: “Galop infernal” da Orphée aux Enfers nel quale Calesso guida con sicurezza orchestra e coro spumeggianti e decisamente brillanti nella resa, dimostrando ancora una volta come si possano unire ironia e classe, musica d’alto livello e piacevolezza.
Tanti applausi, tante chiamate al proscenio e due bis: “An der schönen blauen Donau” di Strauss e l’abusatissimo ed, evidentemente, irrinunciabile “Libiamo” dalla Traviata. Se il secondo brano merita il riconoscimento di essere stato eseguito con bravura e ricchezza di mezzivocali, senza eccessi, rispettando Verdi, anche quando entra il non previsto baritono, che comunque cavalca con sicurezza la parte tenorile, il primo è suonato con una intensità ed un approfondimento che colpiscono.
Per Strauss il Danubio era il testimone silente, verrebbe da dire indifferente, alle vicende di una vita non semplice. Un padre accentratore che gli impedisce di studiare musica, la separazione dei genitori, le difficoltà economiche, le claque che il genitore pagava perché contestasse gli spettacoli del figlio, i problemi di salute ed i capricci di alcuni committenti,
Intanto il fiume scorreva incurante, portandosi dietro speranze e delusioni. In questo la radice di certi passaggi musicali ebbri di malinconia, delle pause così taglienti, seguite dal brio che ferisce, da quelle danze che fanno sembrare il vissuto del compositore poca cosa rispetto alla sua abilità di compositore.
Un fiume che è metafora del qualunquismo, che rimane blu nonostante il paese sia macchiato dal sangue dei caduti della Guerra Austro Prussiana.
Certo negli anni tanta intensità è stata annacquata a colpi di tutù, da coreografie appariscenti, lustrini e piroette, ma Calesso ha saputo ancora una volta ripulire, asciugare, esaltare, sublimare ed ha salutato l’anno regalandoci dell’Arte vera.
Perché, prima di tutto, l’Arte deve essere Verità.
A Trieste, l’ultimo giorno dell’anno lo è stata. Speriamo che sia il seme per un futuro di autentica passione.
Gianluca Macovez
2 gennaio 2026
Informazioni
Trieste, Teatro Giuseppe Verdi’, 31 dicembre 2025
CONCERTO DI FINE ANNO 2025
Direttore ENRICO CALESSO
Soprano JESSICA PRATT
Tenore MARCO CIAPONI
Baritono GIORGIO CAODURO
Maestro del Coro PAOLO LONGO
ORCHESTRA E CORO DELLAFONDAZIONE TEATRO LIRICO ‘GIUSEPPE VERDI’ DI TRIESTE
PROGRAMMA
Gioachino Rossini Sinfonia da L’Italiana in Algeri
Gioachino Rossini “Deh ti ferma / Quei numi furenti” da Semiramide
Gaetano Donizetti “Ah tardai troppo / O luce di quest’anima” da Linda di Chamounix
Gaetano Donizetti “Che interminabile andirivieni” da Don Pasquale
Gaetano Donizetti “Ah! Mes amis” da La fille du régiment
Gaetano Donizetti “Udite, udite, o rustici” da L’Elisir d’amore
Gaetano Donizetti “D’immenso giubilo” da Lucia di Lammermoor
Vincenzo Bellini “Oh! Se una volta sola / Ah! Non credea mirarti / Ah! Non giunge uman pensiero” da La Sonnambula
Giuseppe Verdi “Di Madride noi siam mattadori” da La Traviata
Giuseppe Verdi “È il sol dell’anima / Addio addio” da Rigoletto
Pietro Mascagni Intermezzo da Cavalleria Rusticana
Ruggero Leoncavallo “Din don, suona vespero” da Pagliacci
Giacomo Puccini “Che gelida manina” da La Bohème
Jacques Offenbach “Les oiseaux” da Les contes d’Hoffmann
Franz Lehár “O patria, quanti onor mi dai” da Die lustige Witwe
Franz Lehár “Tu che m’hai preso il cuor” da Das Land des Lächelns
Jacques Offenbach “Galop infernal” da Orphée aux Enfers


