Martedì, 16 Aprile 2024
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A proposito della difesa delle idee

La recente messa in scena di Nabucco a Trieste offre lo spunto per un interessante dibattito sul ruolo del regista e sulla tutela sul suo lavoro, che non deve riguardare il solo Verdi, probabilmente ‘vittima’ di una serie di situazioni infauste, ma l’intero sistema teatrale.

Non a caso sulla questione esiste una sentenza del 2021 che tutela i diritti d’autore sulla regia, proprio di un ‘opera lirica.

Riassumendo l’episodio da cui partiamo e semplificando, anche perché la questione non  vuole essere contingente ma quanto mai universale,  Giancarlo Del Monaco, regista dalla sessantennale carriera costellata di trionfi e spettacoli che hanno fatto discutere, per  cinque volte sovrintendente in altrettanti teatri internazionali, da un po’ di tempo lontano dall’Italia, allestisce ‘Nabucco’ a Zagabria nel 2022.

Uno spettacolo non tradizionale, ambientato durante i moti del 1848, supportato dalle scene e dai costumi di William Orlandi, confezionato con passione e cura.

Certamente la trasposizione ‘rivoluzionaria’ non è una novità assoluta ed era una sorta di omaggio alle atmosfere gattopardesche. Con il dipanarsi della storia ci si allontana sempre  di più dal racconto storico per entrare in una dimensione metaforica ed  alla fine invece che di austriaci e di patrioti ci si ritrova a parlare di Valori, solitudine, uomini, inferno.

Il direttore artistico del teatro triestino va a vedere lo spettacolo e decide di proporlo sulle scene del Verdi.

Evidentemente gli era piaciuto, lo aveva trovato adatto al pubblico ed alla politica culturale della direzione.

Che, va detto, merita un plauso per la programmazione coraggiosa di questa stagione.

Si arriva quindi alla definizione del cast, decisamente  prestigioso: oltre alla regia di Giancarlo Del Monaco e le scene ed i costumi di William Orlandi, ci sono la direzione di Daniel Oren, le voci di Burdenko, della Siri, di Ventre.

Quando iniziano le prove, i posti in sala sono in grandissima parte già venduti e si raggiunge il sold out prima del debutto.

Quel che si dice un successo annunciato, premiato da amplissimi applausi alla fine di ogni serata.

Quindi tutto bene? No , perché, al di là delle specifiche considerazioni di ordine musicale che potete trovare nella recensione,  lo spettacolo non era come quello di Zagabria, nonostante la presenza del famoso regista, che ha seguito le prove di persona.

Quello che in origine scorreva con continuità, a Trieste veniva frammentato da troppe interruzioni, spesso inspiegabili.

Esemplare, nella negatività, la scelta di  far calare il sipario prima e dopo l’aria ‘Vieni o levita’ che così appare come  una specie di inciso di pochi minuti  fra due cambi di scena, invece che uno dei momenti di massima suggestione narrativa.

Ma questo è forse il male minore.

La scena era sostanzialmente una struttura fissa,  composta da  muri possenti, che in alcuni momenti narrativamente forti si alzavano e mostravano dei fondali dipinti. Un particolare di un quadro di Turner in corrispondenza del ‘Va Pensiero’, delle fiamme ardenti nel finale, un stemma asburgico che si dissolve al momento della pazzia di Nabucco.

Sotto all’immagine, c’era un terrazzo, dove a Zagabria prendeva posto il coro, che cantava mentre Nabucco, al piano di calpestio, ascoltava in catene.

All’inizio si agitava come un leone assiro, furioso ed arrabbiato.  Ma poi, pian piano, le parole struggenti, che sono ispirate ad un salmo liturgico, compiono una specie di miracolo: il re si converte e si tranquillizza.

A Trieste si alza il muro ed il coro viene collocato in basso, accanto a Nabucco. In alto quattro incomprensibili militari, che paiono tenere a bada tutti  i prigionieri: ebrei ed il re decaduto.  Nessuna autentica articolazione spaziale, nessun gioco scenico, niente suggestione visiva. Insomma un non effetto. Che oltretutto sottolinea, nell’unica città asburgica, l’arroganza degli austriaci, idea aliena dal progetto.

Ma non basta.

Dopo un primo atto non particolarmente festeggiato, il direttore  alla fine del famoso coro avvicina la mano all’orecchio con gesti che sembrano da rocker e di fatto chiede al pubblico un consenso che motivi il bis.

A questo punto il coro si sposta, raggiunge il proscenio e, nascondendo Nabucco e quindi distruggendo il senso di quanto raccontato, replica il ‘Va Pensiero’, applaudito prima di tutti dal Maestro, le cui mani illuminate da un faretto sembrano dirigere anche il consenso della sala.

Naturalmente dell’idea originaria di Del Monaco non c’è traccia.

Per non essere troppo pedanti passiamo al finale.

Abigaille ha perso il trono e vaga disperata con alle spalle il fondale con delle fiamme dipinte.

Dopo una vita di malefatte, di imbrogli, di tradimenti, di pugnalate alle spalle,  nella quale pensava che il potere fosse il bene assoluto cui aspirare, raccoglie la giusta mercede: il dramma della solitudine, che forse l’accompagnava  da sempre e che prende la forma delle vampate, una sorta di inferno in terra, che preannunciano la condanna eterna.

Lo spettacolo assume un senso preciso, eticamente forte, anche perché fino a quel momento l’usurpatrice appariva di monolitica crudeltà, quasi una specie di  Lady Macbeth che questa conclusione, così coraggiosamente cristiana, riporta la dimensione ai valori biblici della vicenda originale . Un gioco raffinato di rimandi ed il superamento  di ogni provocazioni in nome dell’Assoluto.

Questo accadde alla prima recita, quando la signora Siri, però, si è fatta sostituire  per il finale e succede anche la seconda, interpretata da Olga Maslova.

Alla terza, invece, il celebre soprano sudamericano fa capolino fra i colleghi in primo piano.

Il terrazzo resta vuoto, le fiamme non accolgono nessuno e, francamente, sono prive di senso perché a quel punto sembra inceneriscano tutti uniformemente,  buoni e cattivi.

Addirittura  la regina decaduta muore nell’indifferenza generale, nonostante supplichi il perdono. Alla fine pare  quasi una vittima dell’insensibilità di chi la circonda.

Insomma nulla a  che vedere con lo spettacolo che era stato annunciato.

Ma è giusto? Esiste una legislazione ben precisa che difende i diritti d’autore del regista, ma dovrebbe anche esiste una tutela del  pubblico, che andava a teatro convinto di vedere lo spettacolo andato in scena a Zagabria, non una performance elastica che cambiava a seconda delle scelte dei vari artisti.

Non c’è dubbio  che nel momento in cui la direzione artistica ha ritenuto  l’allestimento adatto al suo pubblico,  se ne è assunta la responsabilità ed è chiamata a difenderne l’identità e l’integralità.

Nessuno che non sia il regista ha diritto di cambiare la regia.

Certo non chi si occupa dell’aspetto musicale, certamente non chi ha già visto lo spettacolo ed ha deciso di affittarlo.

Attenzione: non sto dicendo che lo spettacolo di Del Monaco fosse inappuntabile. Alcuni passaggi non mi sono piaciuti per nulla. Ma non so chi ne sia l’autore. Non so se quelli siano i gesti voluti da Del Monaco o da chi altro.

Il principio è che  è fondamentale che ogni artista  abbia il diritto di essere tutelato e rispettato. Anche per essere contestato, ma senza che il suo lavoro venga  offeso e mutilato.

Ma non solo: anche  il pubblico che pensa di andare a vedere  un allestimento con una data regia, deve potersi fidare che quello che vede è effettivamente opera del nome in cartellone.

La cultura non è il luogo della perfezione, ma il territorio del dialogo, del dibattito, dell’incontro. Non è la gara per dire chi è più forte.

Non servono le polemiche, non servono gli schieramenti. Serve una presa di coscienza autentica di tutte le parti coinvolte,  ed  una discussione seria, utile, rispettosa, soprattutto produttiva. Non per questo spettacolo, ma  in tutto il mondo del teatro.

Soprattutto perché le vittime di questa situazione sono gli artisti coinvolti, ma anche il pubblico, che viene disorientato e subisce la confusione, oltretutto senza avere chiavi di lettura per riuscire a ricostruire la situazione.

Alla fine, quello che chiediamo di tutelare è l’idea del  teatro, che  deve essere  luogo del costruire, non del distruggere.

 

 

Gianluca Macovez

3 aprile 2024

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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