Giovedì, 14 Novembre 2019
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Ombre nel buio: il teatro che esplora anche i terreni più insidiosi

Recensione dello spettacolo Ombre nel Buio della Compagnia Morlock, in scena al Teatro Studio Uno di Roma nei giorni 31 ottobre e 1, 2 e 3 novembre 2019

 

In Italia, il genere horror è decisamente atipico, poco praticato. L'idea che storie tinteggiate di rosso e nero, evocative di immagini e visioni agghiaccianti, capaci di spaventare e turbare l'animo degli osservatori, possano consumarsi nell’illusiva cornice teatrale in uno spazio-tempo continuo e fossilizzato del palco, risulta altrettanto insolita. Eppure – fortunatamente – persistono audaci tentativi di fare del teatro un luogo di ininterrotta sperimentazione, che ondeggia tra stili avanguardistici, che a loro volta si riflettono in regie sempre più innovative e impavide e nella scelta di tematiche e contenuti che se da un lato costituiscono un azzardo cruciale, dall’altro, però, fanno del teatro una materia viva e palpitante. Questa è senz’altro la forza motrice che sostanzia il lavoro della compagnia Morlock, da tempo dedita a spingersi sempre oltre il limite convenzionale della drammaturgia, della regia e dell’interpretazione teatrale.

“Ombre nel Buio” si stanzia in questa prospettiva, come un lavoro all’alba della sua seconda genesi. Rappresentato per la prima volta cinque anni fa, lo spettacolo incede sui rigorosi binari di una drammaturgia che si ispira ai radiodrammi degli anni ’40 di Lucille Fletcher e ai racconti brevi di Richard Matheson. Ad affollare la trama, una carrellata di personaggi curati da una ricercatezza ragguardevole, che trapela nell’accurato lavoro degli attori così come dagli ottimi spunti registici, che calano i vari protagonisti in condizioni ideali per esprimere l'essenza dei personaggi. Gli sbalzi temporali ordiscono altrettanti sbalzi emozionali che pungolano gli spettatori dal principio dello spettacolo.

La storia rimane unica, seppur sminuzzata in infiniti lapislazzuli narrativi che si disperdono nel tempo, nello spazio, nelle epoche, nelle fitte interpretazioni di vicende che oscillano tra il dramma morale e il thriller fantascientifico. Tra questi due poli si consuma, infatti, l’antologia di accadimenti che si scopriranno, poi, essere amaramente legati tutti gli uni agli altri. Superbo collante si rivela essere la regia, qui curata da Nicola De Santis, Jessica Cenciarelli e Rosaria D’Antonio, che in modo acuto adoperano l’essenzialità a fini scenici, ricavando da pochi oggetti innumerevoli possibilità di usi e significati, che risuonano nella storia in maniera simbolica ed incisiva. Il racconto si gonfia di fascino visivo e narrativo  nel corso della rappresentazione, proponendo agli spettatori motivi di riflessione non scontati.

L’impronta cinematografica che spesso denota il marchio di fabbrica delle produzioni Morlock riecheggia anche in questo spettacolo, evidente nell’abile impiego misurato del voice over in grado di dilatare nel pubblico una sensazione di disgiunzione dal reale, che si traduce in solitudine e smarrimento. Il pregiato derivato di questo lavoro è un prodotto di nicchia, che merita un posto in prima fila come antesignano di un modo di fare teatro che in Italia continua ancora a disorientare e a far credere che la paura, per quanto seducente, universale e ingenita possa risultare, non sia emozione che ci riguardi. 

 

Giuditta Maselli

2 novembre 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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