Domenica, 29 Gennaio 2023
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Il caso Tandoy al teatro Quirino di Roma: quando la retorica non funziona a teatro

Recensione dello spettacolo Il caso Tandoy in scena dal 11 al 16 ottobre 2022 al Teatro Quirino di Roma 

 

Agrigento, 30 marzo 1960. Nel popolarissimo Viale della Vittoria il commissario di polizia, Cataldo Tandoy, viene assassinato mentre passeggia tranquillo con la moglie. La prima tesi formulata è quella del delitto passionale poiché si scopre che la bella moglie del commissario ha un amante nel professor Mario La Loggia, direttore dell’ospedale psichiatrico di Agrigento e fratello dell’ex Presidente della Regione Sicilia. Ad assecondare e accentuare tale ipotesi sono anche i giornali che si accaniscono sugli aspetti più scandalistici della vicenda, portando lo stesso procuratore che indaga sul caso a credere che tra la moglie del commissionario e la moglie di La Loggia sussista un rapporto di “tribadismo”. Convinto di aver ragione a insistere sul delitto passionale, il procuratore manda in carcere il professor La Loggia e la vedova Tandoy, finché non decide di rilasciare l’una per mancanza di prove e di tenere l’altro in carcere ancora per mesi. Due anni dopo, la corte di Assise assolverà tutti per non aver commesso il reato, ma sarà dopo altri otto anni che un magistrato arrivato dalla Capitale riaprirà le indagini e renderà pubblici i rapporti che la vittima stessa aveva intessuto con la malavita della provincia. Il processo si concluderà con dieci ergastoli, ma a pagare non sarà nessuno: il caso Tandoy è, infatti, ancora oggi considerato uno dei più grandi errori giudiziari del XX secolo.

Con queste premesse Michele Guardì affronta non solo un fatto di cronaca giudiziaria ma anche un delitto avvenuto nella sua Sicilia, che all’epoca fece molto scalpore. Carta conosciuta, quindi, che Guardì trasforma in una commedia: il suo protagonista principale, Gianluca Guidi nei panni dell’Autore, riprende in mano il caso Tandoy per capire come trarne un testo teatrale. 

Rintanatosi nella sua mansarda, l’Autore rievoca dalle pagine dei giornali tutti gli attori coinvolti nell’accaduto a partire dal procuratore e dal commissario Tandoy fino a interpellare anche l’esecutore materiale del delitto. Una carrellata di personaggi che entrano ed escono di scena con la stessa facilità con cui entrano ed escono dall’immaginazione dell’Autore. Nella sua mente interagisce con ognuno di loro e, anche se potrebbe cambiare le loro sorti come desidera, incontra non poche difficoltà a far prevalere il suo punto di vista. Quando sembra che sia troppo tardi per tenere a freno le varie personalità che si avvicendano nella sua immaginazione, l’Autore riesce a recuperare il filo della matassa e a sbrogliarlo, dirigendo lui l’orchestra dei suoi personaggi e portando a casa la sua commedia.

A “scontrarsi” sul palco del Quirino sono l’Autore, Gianluca Guidi, e Giuseppe Manfridi nei panni del procuratore, un ruolo non facile di cui l’attore si fa carico appieno mettendone in luce tutte le caratteristiche, positive e negative, e restituendo alla platea una degna prova attoriale che è stata apprezzata (e riconosciuta) con uno scroscio di applausi. È dalla loro interazione continua e dal botta e risposta che si crea in scena, che il pubblico dovrebbe essere catturato fino alla fine dello spettacolo, ma così non è. 

L’idea di far interagire autore e personaggi, per quanto non originale, appare interessante, ma troppe sono le parole che si sprecano sul palco dando poco spazio all’azione. Se da una parte si ha la possibilità di portare in scena la denuncia di uno dei clamorosi errori della giustizia italiana che oggi più che mai è materiale di cronaca attuale, la troppa retorica stordisce la platea, e ne riduce la curiosità e l’attenzione. Diversamente da quello che crea Sciascia in “A ciascuno il suo”, in cui lo scrittore siciliano rimaneggia la vicenda Tandoy per elaborare una storia che coinvolge il lettore e lo intriga al punto da immedesimarsi in Laurana, qui non viene data tale possibilità. Si intuisce una velata volontà di emulare l’autore di Racalmuto, ma quel che viene restituito al pubblico è solo retorica che non dà l’opportunità agli attori stessi di brillare sul palco come avrebbero potuto. Probabilmente a influire è proprio l’esperienza televisiva di Guardì, abituato ad altri ritmi e “trame”, avendo arricchito per anni la tv italiana con le sue creazioni. Un’occasione mancata.

 

Diana Della Mura

14 ottobre 2022

 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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