Il resoconto di due settimane di spettacoli in una città che li ha accolti con generosità.
Sono un po’ di anni che la nostra redazione segue il “Fringe Italia Off”, un ponte tra Milano e Catania (da settembre ad ottobre) che mette in rete due città distanti 1300 km cercando di valorizzare i territori di entrambe i luoghi attraverso un’operazione culturale che vede come unico protagonista: il teatro. Basterebbe questo a giustificare questa operazione fortemente voluta, ideata e diretta da Renato Lombardo e Francesca Vitale; ma negli anni di frequentazione ci siamo accorti che ogni nuova edizione apporta uno scatto, un nuovo messaggio che riempie l’esperienza di una manifestazione già così articolata. Abbiamo avuto l’opportunità di seguire il Fringe Catania Off in cui si sono mossi 61 spettacoli per 272 repliche, più di 60 eventi “Free Fringe”, oltre 24 spazi diffusi, un Villaggio off, al centro fieristico “Le ciminiere”, architettura industriale ristrutturata per ospitare eventi culturali e mostre permanenti e la parola chiave che sentiamo aver accompagnato il nostro viaggio quest’anno è CORAGGIO. Il coraggio di invadere gli spazi di una città come Catania, dal centro fino alle periferie, il coraggio delle compagnie presenti che hanno investito in un progetto culturale ( e di questi tempi è davvero una gran cosa!), il coraggio di un’organizzazione che crede che il teatro possa farsi endemico e proliferare sommesso, o meno, intaccando ancora indelebilmente gli animi delle persone. Qui il report di alcuni degli spettacoli che abbiamo seguito:
“Un comune immortale” presso “Piazza Scammacca”
"Un comune immortale" è uno spettacolo scritto e interpretato da Alessandro Colombo, con la regia di Filippo Capparella. Lo spettacolo racconta liberamente la storia del tennista Andre Agassi, basandosi sul libro “Open”, e affronta temi universali come la pressione, la lotta interiore e la ricerca della perfezione attraverso la vicenda di un atleta. Il tema è sicuramente vincente, la trattazione della vita di un campione come Agassi, narrata sapientemente dalla sua bella biografia è un plot che ci è sembrato potesse esplodere; il tormento dell’atleta, il fuoco che brucia dentro e la volontà di mantenerlo acceso nonostante le frequenti difficoltà, la lotta costante tra la mente e il corpo, che spesso non fa ciò che vorremo facesse; insomma i temi ci sono tutti. Alessandro Colombo non si risparmia, mette in scena tutto il tormento con una fatica evidente, il sudore, lo sforzo, sono una parte imponente della messa in scena, che hanno un peso importante sulla performance. Manca però, a nostro avviso, qualcosa, alcune scelte di sceneggiatura si protraggono a lungo, alcuni passaggi così dilatati fanno perdere a volte il senso dello spettacolo; ossia la lotta contro sé stessi, contro il padre che gli ha imposto il destino del tennista, gli ha sottratto la libertà di scegliere la propria vita, ma allo stesso tempo gli ha dato l’opportunità di entrare nell’olimpo del tennis, di toccare con mano l’immortalità. Insomma, uno spettacolo a nostro parere ancora da ripulire, ma con un gran potenziale.
“3CLOWNS”, presso “Spazio Zō-sala verde”
Premiato al “Festival off” di Aignone del 2024, questo spettacolo, a proposito di coraggio, è la rappresentazione più autentica di come il teatro, nonostante tutto, abbia ancora il potere di creare meraviglia. Tre attori francesi, Laurent Barboux, Lionel Becimol, Alexandre Demay, che per questa occasione hanno recitato in italiano, mostrando anche un ennesimo virtuosismo nell’approcciarsi ad una lingua non propria; hanno come unica missione quella di dare voce ai clown di un tempo, interpretarli, rendergli omaggio, prendendoli in prestito. Sono attori non più giovani, come loro stessi affermano con fierezza e con la stessa fierezza sono contenti di portare in scena la stanchezza, il fiato corto, senza però risparmiare nessun gioco della clownerie classica. Lo spettacolo inizia con Monsieur Lô, l'Uomo Bianco e i clown Auguste Marcel e Airbus che ripassano i loro classici e che un po’ alla volta cadono completamente nei loro personaggi, con impaccio, ma senza lesinare nessuna azione: fanfare, discussioni, giocoleria, giochi di prestigio, glitter, acrobazie, malinconia, acrobazie e chi più ne ha, più ne metta. Il risultato in chi guarda è poesia pura, sovvengono alla memoria tante immagini di qualcosa che non è più una cifra consueta, questo in parte immalinconisce; se non fosse che tra il pubblico i tanti bambini presenti ridessero e fossero stupiti nello stesso modo, ricordandoci che la meraviglia è un linguaggio del tutto spontaneo e assolutamente senza tempo.
“Freevola”, presso “Spazio Zō-sala grigia”
Spettacolo che poteva rischiare di cadere in una serie di stereotipi e che invece, grazie soprattutto alla carismatica Lucia Raffaella Mariani ci è parso uno spaccato delizioso sull’essere femmina, che lascia pensare, senza cadere in preconcetti troppo standardizzati. Ribadiamo il carisma della Mariani, con un volto che buca la scena e che in alcune espressioni facciali vale l’intero spettacolo. Il racconto che la Mariani ci porta, vestita in scena solo di un body e calze contenitive, ma soprattutto del suo corpo formoso eppure armonico; è una progressione di pensieri che una giovane donne si trova a fare dinanzi al succedersi dei fatti quotidiani della vita. Seppure con una cifra di costante ironia, il personaggio si confronta con il suo stare al mondo che però richiede gesti di costante approvazione dagli altri, soprattutto dagli uomini. Le cosce troppo grandi, il peso da perdere, un’ affezione per i prodotti da banco delle farmacie, l’invidia per le ragazze magre, l’incomprensione verso gli uomini che lei pensa non la amino per ciò che è. Con una cifra comica spiccata l’attrice ci porta con ironia verso una impietosa camera delle angosce di oggi, considerando che l’attrice è anche autrice del testo, questo ci permette di comprendere la limpidezza che la sceneggiatura presenta in vari passaggi e l’autenticità della messa in scena. Lo spettatore all’ingresso viene omaggiato di una rosa rossa, ne capiremo alla fine dello spettacolo lo scopo: l’approvazione degli altri che passa per un gesto concreto, non solo essere guardati, ma “dimostrare che stai facendo qualcosa per me”. E’ proprio questo ultimo gesto, il lancio della rosa di approvazione che sfonda in messaggio che passa attraverso i social in questi anni di “bisogno di essere visti”. Conta non solo lo sguardo, ma anche l’azione.
“Der boxer”, presso “Spazio Zō-sala grigia”
Un monologo con la voce di Michele Vargiu, accompagnato dalle musiche di Gianluca Dessì, che ci ha ricordato il bellissimo lavoro di Andrea Pennacchi sulla deportazione. Abbiamo avuto modo di condividere con l’attore questo pensiero, per capire se ci fosse un’ispirazione, forse, semmai casuale. In questo caso la storia scritta e interpretata da Vargiu è quella di Johann Trollmann. L’esordio del racconto è a Berlino, nel 1933, dove sta per disputarsi la sfida per il titolo nazionale dei pesi medi di boxe. Sotto gli occhi stupefatti dei presenti succede qualcosa di incredibile: un giovane pugile stende in sei riprese il favorito. Lui è appunto Trollmann, che diventa il nuovo campione dei pesi medi in Germania, se non fosse che è uno zingaro e da lì a poco, visto gli accadimenti legati al regime nazista diventerà un suo nemico giurato. Il racconto di Vargiu, fa parte di una serie di storie di campioni dello sport a cui si sta dedicando e si vede la grande dedizione che l’autore/attore ha messo nella ricerca della storia, ma anche il grande rispetto che porta al personaggio che racconta. La storia di Trollmann, punteggiata dai brani di Dessì, che con il suono ne marca i momenti più difficili e ne addolcisce quelli più delicati, è la storia di un uomo speciale a cui è stata privata la capacità di esserlo; lo zingaro che quando tira di boxe danza e al quale viene privata addirittura la capacità di danzare. Quando verrà deportato e gli verrà chiesto di partecipare ad un incontro, gli verrà obbligato di “non muoversi”; un veto impossibile da sostenere per un campione che ha fatto della danza sul ring la sua cifra stilistica. E probabilmente anche una bella metafora delle costrizioni di un regime: “ti lascio vivere impedendoti di essere ciò che sei”.
“Io/odio”, presso “Spazio Zō-sala verde”
Uno spettacolo meritatamente premiato più volte, anche in questa edizione del “Fringe Catania off”, un progetto di “Santibriganti Teatro”, scritto da Valentina Diana e magistralmente interpretato da Luca Serra. Progetto che fa parte di una trilogia di sceneggiature scritte da Valentina Diana, che indagano le varie forme del male. L’intento quindi è proprio quello di analizzare su come nascono e si sviluppano le forme del male all’interno dell’essere umano. In questo caso l’odiatore è un naziskin, al quale Serra ha dato un corpo e una voce talmente autentici da lasciare spesso senza parole. La scena si svolge all’interno di una stanza, nella quale l’odiatore collegandosi in diretta con il “suo pubblico” attraverserà una dopo l’altra tutti i paradigmi sociali verso i quali si dedica il suo odio. La cosa che più ci colpisce non è solo l’intento provocatorio, sarebbe davvero banale fermarsi a questo, ma l’autentico disprezzo che si forma all’interno di un essere umano, qualora non ci fosse stata nessuna forma di educazione al rispetto per l’altro. Il protagonista, una dopo l’altra cita tutte le categorie che vorrebbe potessero marcire sovrastate dalla sua repulsione e lo fa senza nessuna remora di colpire il pubblico nel suo credo. Ecco, per chi guarda lo spettacolo si aprono una serie di interrogativi laceranti che riguardano i propri non detti e quanto non si ha il coraggio di entrare in contatto con le proprie parti oscure. Serra in questo è credibile, poiché estremamente autentico nell’aver preso in mano il personaggio senza porre nei suoi confronti alcun giudizio. Parlando con l’attore emerge l’indagine profonda e in parte anche la compassione che ha provato e prova per questo essere umano così lontano da qualsiasi forma di benevolenza. Verso la fine della messa in scena si svela il dolore e le cause di esso e pensiamo che sia azzeccatissimo il delegare verso la fine la soluzione, in modo che lo spettatore non provi durante la messa in scena neanche un briciolo di pietà, bensì emerga lo schiaffo feroce che le parole del protagonista ci vogliono lasciare. Uno spettacolo compiuto, meritevole di ancora più successo di quello che sta avendo, che dovrebbe girare in circuiti anche più blasonati, poiché è un monito, ma anche un modo per scrutarci dentro senza alcuna ipocrisia.
“Josephine”, presso “Teatro stabile Mascalucia”
Questo è lo spettacolo che mostra, per chi avesse ancora dei dubbi, che un Fringe può essere un palcoscenico blasonato anche per spettacoli di alto livello. E la scelta di portarlo in uno dei teatri fuori dal centro storico di Catania, si è mostrata una decisione a nostro parere di grande valore sociale. Il teatro di Mascalucia, affollatissimo per tutte le sere delle repliche ha omaggiato così non solo alla qualità, ma si è anche svolta un’operazione culturale endemica che dal centro si sposta alla periferie di grande valore sociale. Lo spettacolo è un musical biografico, pluripremiato a livello internazionale, sulla vita di Josephine Baker, interpretato da Tymisha Harris, quasi come ne fosse una rincarnazione. La Harris, oltre ad essere bellissima e carismatica, in un’ora e mezza ci permette di entrare nella vita della Baker con una leggerezza estrema andando a raccontare anche dei momenti assai complicato della vita dell’artista, poco noti al grande pubblico. La Harris recita, canta, balla, cambia abiti sovente (costumi tra l’altro straordinari) senza lasciare neanche un buco di sceneggiatura. Lo spettatore è ammaliato, sempre. E’ talmente brava che si permette anche giochi con il pubblico (seppure in lingua inglese) ed è talmente efficacie nell’interpretazione che il rullo che scorre sul fondo con la traduzione diviene un’aggiunta a volte del tutto superflua, anche per chi non mastica bene la lingua. La storia della Baker è uno spaccato rilevante dell’Europa del novecento, dalla subrette scandalosa con indosso la nota cintura di banane che scandalizzò e sorprese la Parigi degli anni Trenta, alla donna attivista per i diritti civili e attivista culturale. Insomma c’è tutto e anche di più di tutto. Bellissimo!
La nostra Redazione ringrazia come sempre l’organizzazione tutta del “Fringe Catania Off”, in particolar modo Renato Lombardo, Francesca Vitale, ideatori e organizzatori, Gabriella Foti, promozione e relazioni esterne, Donatella Turillo, ufficio stampa, per la cura e l’ospitalità che ci riservano.
Barbara Chiappa
3 novembre 2025