All’Ambra Jovinelli Rosencratz e Guildenstern sono morti: quando Stoppard incontra la Commedia dell’Arte

Recensione dello spettacolo Rosencratz e Guildenstern sono morti in scena al teatro Ambra Jovinelli di Roma dal 5 al 16 novembre 2025

 

«Rosencrantz e Guildenstern sono morti è innanzitutto una commedia. Intendevo creare un testo comico e se il risultato non fosse stato divertente riterrei di aver fallito» (Tom Stoppard).

Rosencrantz e Guildenstern sono due personaggi minori dell'Amleto: si intravedono appena nel testo, la loro è una fugace apparizione tanto che il lettore sa della loro morte solo attraverso un altisonante annuncio finale. Annuncio che Tom Stoppard ha usato come titolo della sua tragicommedia, sfruttando questi due personaggi per mostrare cosa accade dietro l'Amleto e creando così un capolavoro del teatro dell'assurdo. Da oltre sessant'anni, infatti, il suo testo continua a interrogare il teatro sull'assurdità della vita e del destino. In questa nuova produzione firmata Alberto Rizzi per Ippogrifo Produzioni, il classico appare rinnovato: il regista ha voluto mescolare l'ironia britannica all'energia fisica della Commedia dell'Arte italiana, cercando un linguaggio popolare ma raffinato capace di parlare a tutti.

Due grandi attori che diventano maschere dell'assurdo

A vestire i panni di Rosencrantz e Guildenstern sono Francesco Pannofino e Francesco Acquaroli che qui si presentano come due maschere perfette della modernità: clown malinconici, spaesati, comicamente tragici. Nel loro scambio di battute e gioco di sguardi, si alternano ritmo comico e stanchezza esistenziale e quasi fin da subito le loro schermaglie divertono e ammaliano il pubblico in sala. Pannofino, con la sua voce riconoscibile, l'autoironia di un attore che conosce bene il palcoscenico e una certa bonaria confusione, restituisce un Rosencrantz più fisico e umano; Acquaroli è invece un Guildenstern più nervoso, lucido, quasi ossessionato dal senso delle cose. Insieme creano un equilibrio di toni che tiene viva la scena anche nei passaggi più lunghi: ora sono clown della commedia dell'arte, ora guitti shakespeariani, ora filosofi che si interrogano sul senso della vita.

Paolo Sassanelli è il vero direttore d'orchestra

Accanto a loro troviamo un Paolo Sassanelli brillante nei panni del Capocomico: è lui la presenza più magnetica sul palco, un traghettatore di comicità e riflessione, quasi un sole intorno al quale girano tutti gli altri personaggi, mentre Andrea Pannofino e Chiara Mascalzoni completano il cast con energia e misura. Sassanelli sembra l'unico ad aver capito quale sia il suo ruolo in questo gioco metateatrale: ironico, carismatico, sopra le righe quanto basta, tiene saldamente le redini della situazione. È il vero direttore di questa comica orchestra: ne conosce bene le regole e le manipola con leggerezza e cinismo. Appare come l'unico veramente consapevole di far parte di una commedia metateatrale, e ciò gli permette di giocare con il pubblico senza risultare artificioso. Quando è in scena, lo spettacolo trova una direzione precisa, mentre quando il palco è occupato dai due protagonisti, tutto torna incerto e assurdo.

Una macchina scenica spettacolare ma invadente

Al centro del palco domina una grande macchina scenica, un dispositivo visivo e simbolico al tempo stesso: è un palcoscenico mobile che si trasforma di continuo, passando da teatro a castello a nave. L'idea di fondere il carro dei comici della Commedia dell'Arte con il palcoscenico a due piani del teatro elisabettiano restituisce al pubblico la sensazione di un mondo in bilico, di un'esistenza percepita come uno spettacolo ininterrotto. Le musiche diegetiche accompagnano la storia e le gesta dei personaggi proprio come in un film e anche i costumi, curati con attenzione e volutamente trasformabili, seguono la stessa logica metateatrale: ogni cambio d'abito diventa un gesto che smaschera la finzione teatrale, invece di nasconderla. L'aspetto visivo è decisamente ricco, persino ridondante: le luci contribuiscono a restituire un'immagine potente ma, in certi momenti, si rischia di soffocare la parola di Stoppard, che vive di pause e ironie sottili più che di effetti.

Stoppard vs Commedia dell'Arte: due linguaggi incompatibili?

Il testo vive di attese, di sospensione e di vuoti: i due personaggi trascorrono la maggior parte del tempo a non far nulla, giocano a testa e croce con una moneta, restano ad attendere istruzioni che non arrivano, girano un po' a vuoto senza capire realmente quello che accade intorno a loro né per quale motivo. Questa stasi incarna la vera essenza dello spettacolo, perché mostra il pensiero di Stoppard sulla condizione umana, ovvero l'essere coinvolti in una storia che non è la propria e di cui non si comprendono le regole. Per tale motivo una scenografia così ingombrante contraddice questa staticità: riempie lo spazio laddove dovrebbe esserci vuoto, crea azione dove dovrebbe esserci attesa e distrae il pubblico, che si concentra più sui movimenti scenici che sui due attori alle prese con i paradossi del testo.

Forse che si tema la capacità del pubblico di reggere lo spessore filosofico della pièce? Eppure, è proprio perché il palcoscenico risulta troppo "carico" che si rischia di compromettere l'efficacia del testo. I troppi elementi in scena confondono lo sguardo, distraggono e appesantiscono l’azione, rendendo meno fluido il ritmo dello spettacolo e la pièce meno godibile. La regia di Rizzi mantiene un buon andamento fino alla seconda parte, poi le gag si ripetono, il tempo si dilata e la riflessione sull'identità, che è il cuore del testo, a tratti resta in ombra. Anche se la dimensione metateatrale è evidente, manca una vera dialettica tra finzione e realtà, tra l'essere attori e personaggi, tra recitare e vivere.

L'Amleto visto dal buco della serratura: l'intuizione geniale di Stoppard

Per Stoppard il metateatro è ontologico: Rosencrantz e Guildenstern sono due personaggi teatrali che non sanno di esserlo e si ritrovano coinvolti in una storia scritta da altri. È questa la loro tragedia. Ed è proprio questa dimensione tragica a essere poco sentita perché fa fatica a emergere tra tanto movimento e fisicità, e non dovrebbe essere così. L'idea geniale di Stoppard è proprio quella di spiare l'Amleto attraverso gli occhi di due personaggi marginali, che non capiscono nulla di quello che accade e che trasformano tutto in farsa proprio perché colgono solo i tratti più assurdi della vicenda. Questo funziona sulla carta, ma poco sul palco: sebbene l'operazione di innestare Stoppard sulla commedia dell'arte sia coraggiosa, rischia di far scemare la potenza intellettuale del testo. I due linguaggi teatrali non sempre dialogano bene tra loro, tanto da causare sbadigli e poche risate.

Considerazioni finali: un esperimento riuscito a metà

Rosencrantz e Guildenstern sono morti resta un classico sull'assurdo dell'esistenza: questa produzione ne rispetta la complessità senza mai diventare accademica, e lo spettacolo merita rispetto per le sue ambizioni. L'idea di incrociare il testo di Stoppard sulla commedia dell'arte è ambiziosa, il cast è di livello, la scenografia decisamente impressionante e ci sono momenti in cui tutta la macchina teatrale sembra funzionare alla perfezione. È uno spettacolo colto e vivo, in cui la riflessione filosofica si traveste da comicità di strada. Ma appare come un esperimento riuscito a metà. La messinscena intrattiene, ci sono momenti in cui si ride, ma non rende pienamente giustizia né a Stoppard né alla commedia dell'arte. Il motivo? Non restituisce quella vertigine esistenziale che dovrebbe far suscitare nel pubblico una sola domanda: e se anche noi fossimo solo personaggi di una storia che non ci appartiene?

 

Diana Della Mura

10 novembre 2025

 

 

 

 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014