Giovedì, 12 Febbraio 2026
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“La coscienza di Zeno” al Teatro Quirino: performance magnetica di Alessandro Haber

Recensione dello spettacolo La coscienza di Zeno, in scena al Teatro Quirino, dal 20 al 25 gennaio 2026

 

Approda al Quirino, dopo due anni di successi mietuti in tutta Italia (la prima rappresentazione è del 2023 in occasione del centenario della pubblicazione del romanzo), “La coscienza di Zeno” con la regia di Paolo Valerio, grazie alla produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. L’occhio proiettato sul sipario a inizio e fine della messa in scena, quello del dottor S.,  è una dichiarazione da parte del regista della fedeltà alla predisposizione psicanalitica di uno dei capolavori del Novecento. Ci sentiamo effettivamente osservati, ci troviamo in un rocambolesco capovolgimento delle sedie su cui siamo assisi a un lettino, pronti ad essere analizzati fin dal profondo.

A rispecchiare le nostre visioni immaginifiche, i nostri sogni più complessi, i dubbi ed i turbamenti, è la scena stessa su cui si muovono come in continui salti di memoria e di pensieri i personaggi tutti, anch’essi al servizio di un unico direttore di scena, la mente di Zeno Cosini. Che nel romanzo sveviano rifugge ad un certo punto a farsi psicanalizzare e per vendetta il dottor S. ne racconterà la storia, fornendo, dapprima al lettore, ma poi (come nel nostro caso) allo spettatore, un centinaio di chiavi differenti per leggerci nell’anima. Alessandro Papa, video creator, ci invita a cadere insieme agli attori in un altro universo costruito su una serie di immagini fortemente evocative lasciate scorrere sia sui pesanti tendaggi di velluto che circondano la scena, sia sul grande oblò centrale, che come un obiettivo gigante mette a fuoco i pensieri di Zeno, ne ingrandisce le mania, ne racconta i propositi, in fondo mai realizzati. Pochi oggetti di scena, sedie, su cui gli attori salgono e scendono, che si spostano, che si erigono in volo anche. Essenziali, fondamentali! (Scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta).

I personaggi sul fondo della scena avanzano, appena evocati, in un susseguirsi di ricorsi che si succedono uno dopo l’altro, con una frequenza spesso discontinua. La mamma e il padre di Zeno, sono l’incipit e con loro il fumo, elemento che diviene anch’esso personaggio, nuvola che si rarefà nelle immagini, sul palco, ma anche il fumo dei primi sigari rubati al padre, o dell’ultima sigaretta, promessa più volte fatta e mai attuata. Il fumo che permette a Zeno di entrare nella coscienza, ma anche di offuscarla, quando non è più in grado di gestirla. La coscienza e la mancanza di essa danzano sul palco attraverso la colossale interpretazione di Alessandro Haber, che per quella magia che solo il teatro può realizzare si materializza in Zeno Cosini, ma anche in sé stesso, si ricorda di lui personaggio, ma anche di lui attore e di lui persona, in un affaccendarsi di piccoli frammenti di memoria poeticamente cuciti l’uno all’altro. Zeno/Haber, anche lui su una sedia, che lo costringe in parte all’immobilismo della sua malattia (reale anch’essa), ma che gli permette di muoversi per tutta la scena divenendo l’ indiscusso regista della sua memoria. Ogni tanto si erge alla sedia, grazie a un bastone, oggetto che caratterizza altri personaggi; inanzi tutto il suo doppio giovane, Alberto Onofrietti, in una prova d’attore di tutto rispetto, soprattutto nel confronto con la sua interfaccia narrante, con il quale stabilisce un dialogo empatico di grande effetto scenico, tanto da confondere lo spettatore in alcuni momenti nel non sapere dove guardare. Il padre di Zeno muore, trattenuto pochi istanti prima da una camicia di forza (anche questa una citazione di grande impatto emotivo), dalla quale si libera per sferrare un ceffone sul viso del figlio; ultimo gesto prima di accasciarsi a terra. Un edipo che si risolve attraverso un susseguirsi di simboli gestuali, come il figlio che tiene tra le braccia il padre in un ultimo atto di pietas, o il corteo funebre, o la scena che si bagna di rosso. “Muore mio padre. U.S.” scrive Zeno (dove U.S. sta per ultima sigaretta, promessa svariate volte fatta e ancora una volta non mantenuta).

La seconda parte dello spettaccolo, è esattamente la seconda parte della vita di Zeno, quella dell’adultità, nell’incontro con Guido Speier suo futuro cognato, ma anche suo socio in affari, in parte amico, spesso nemico, soprattutto nella fase di corteggiamento di Ada Malfenti, una delle sorelle, di cui Zeno si innamorerà, ma che gli verrà sottratta dallo scaltro Guido. La famiglia Malfenti e lo stesso Guido circolano sulla scena come un unico corpo, muovendosi spesso in sincrono, grazie anche alle geniali coreografie di Monica Codena, che fanno di questa monade di esseri umani un corpo di ballo tragicomico che vivacizza una scena già carica di input visivi, che però non strania, né disturba lo spettatore, bensì ne solletica ancora di più i sensi. Zeno si accontenterà di sposare Agata, la sorella Malfenti, quella brutta, che però gli permetterà di condurre la vita di un buon marito, a differenza di Guido e del suo matrimonio infelice, nel quale mostrerà tutte le sue infinite debolezze, che si esplicheranno in un insano gesto. Zeno, invece, eluderà l’infermità mentale, seppure la sfiorerà più volte, così come non si priverà di azioni scomposte, come tradire la moglie, ma riuscirà sempre e nonostante tutto a trascinarsi nella vita in modo onorevole e senza mai piangersi addosso (tipico della scrittura di Svevo). Haber che è miracolosamente Zeno e forse a tratti anche Svevo, sicuramente spesso è anche se stesso; affiancato da un gruppo di attori davvero bravi, Francesco Migliaccio, Valentina Violo, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Emanuele Fortunati, Meredith Airò Farulla, Caterina Benevoli, Chiara Pellegrin, Giovanni Schiavo; svela a noi spettatori il senso della vita, che non è brutta, non è bella, è semplicemente originale. Un semplicistico risultato che permette a Zeno di evitare di guardarsi dentro fino in fondo, non a caso l’occhio di S. ricompare a fine spettacolo in scena, lasciando a noi spettatori la responsabilità di scegliere che “sguardo” mettere sulla propria esistenza.

 

Barbara Chiappa

22 gennaio 2026

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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