Recensione dello Spettacolo “Dedicato” presso Teatro Biblioteca Quarticciolo a Roma il 24 al 25 gennaio 2026
Sabato 2 agosto, ore 19.30, siamo al festival Terreni Creativi Plurale 2025 ad Albenga, quando assistiamo a “Dedicato-Appunti di questi giorni, prima tappa di lavoro”, un canovaccio di lavoro su cui si costruirà lo spettacolo “Dedicato” a cui abbiamo assistito a Roma al Teatro del Quarticciolo. Da quel sabato di inizio agosto lo spettacolo si è esteso ed arricchito di una serie di elementi che lo hanno compiuto, non lasciando tesi sospese, o spazi di definizione. L’intento è chiaro da subito, Ermelinda Nasuto interprete principale insieme a Olga Durano, ci chiede di entrare con lei nella sua storia di malata oncologica, dal momento in cui ha ricevuto la diagnosi, fino al primo anno di decorso della malattia. Se nella prima stesura lo spettacolo era un interrogativo, ora ci è sembrato una risposta, chiara, precisa. Non una soluzione, ma una risposta.
E quando uno spettacolo definisce di senso le domande che inconsciamente lo spettatore si pone, allora vuol dire che la rappresentazione è riuscita. La protagonista scopre della sua malattia mentre sta tenendo un laboratorio teatrale, e se nella prima stesura il ruolo del teatro era in primo piano, una sorta di “nemico” che nel vissuto della protagonista probabilmente aveva contribuito a far fiorire la malattia, in questa versione compiuta, il teatro stringe una forte alleanza con il male, un sodalizio senza remore che trasforma lo spettacolo anche nella sua composizione arricchendolo di costumi, piccoli oggetti di scena e effetti speciali che pongono lo spettatore dinanzi alla grazia estetica della “scena sulla malattia”. Eccolo, è lì il cancro, sono lì le cure, gli ospedali, il decorso clinico, i farmaci; noi li guardiamo dal basso. Sul palco c’è la rappresentazione, che per il pubblico è il delinearsi di un racconto, che a questa distanza funziona. Bella la scena del rap dedicato all’elenco dei farmaci, le due protagoniste entrambe in giacca di pailletes giocano su una sedia a rotelle sulla quale puntano i fari come se ne fosse anch’essa protagonista, anzi effettivamente lo è.
La Nasuto declama nomi di farmaci impossibili, seduta seducente sulla sedia, con le gambe accavallate sulla spalliera, mentre la Durano la sposta sotto il riflettore; la malattia ora è cabaret, che non la sminuisce, ma la declama, la erge a protagonista, la imbelletta finalmente, liberandola dalla paura. Ed anche la paura è protagonista; il monologo sulla paura è estremamente riuscito. Un pezzo profondo di scrittura, che regala allo spettatore soprattutto la voce che è giusto dare alla paura; come ogni cosa che viene finalmente dichiarata assume una leggerezza inaspettata. In fondo, le parole esistono solo per essere dette! La presenza di Olga Durano arricchisce uno spettacolo che non poteva essere un monologo, regala alla messa in scena la postura giusta per essere davvero compiuta. La Durano, non è una spalla, non accompagna, non è neanche la metafora della vita che scorre nonostante tutto, è la vita stessa; “Tutto ciò che vive, vuole vivere!” dice ad un certo punto la protagonista, ecco è proprio così. Ermelinda Nasuto si mette la parrucca, se la toglie, si fa truccare, si mette l’armatura, se la toglie, una serie di gesti profondamente simbolici, in cui dichiara di stare nello spettacolo, con e senza difese, come succede nella vita d’altronde.
La regia di Francesco Alberici, sposta uno dopo l’altro i tasselli di una storia che non ha una temporalità, né un flusso di coscienza, non è strettamente emotiva, ma fa a nostro parere ciò che una storia a teatro deve fare, raccontare un tema utilizzando una serie di canali percettivi differenti per tenere sempre attento lo spettatore. “Dedicato” canzone storica di Loredana Bertè, da cui il nome dello spettacolo prende spunto e che viene suonata sul palco ad un certo punto dice: “A chi ha cercato la maniera e non l'ha trovata mai, alla faccia che ho stasera, dedicato a chi ha paura e a chi sta nei guai…” , ci è sembrato davvero che questa rappresentazione abbia colto l’intento racchiuso in questa frase. Se davvero si deve lanciare un messaggio sul senso profondo della malattia, allora bisognerebbe farlo così, attraverso una messa in scena come questa.
Barbara Chiappa
26 gennaio 2026


