Giovedì, 12 Febbraio 2026
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Il potere del corpo vulnerabile nella regia di Licia Lanera

Recensione dello spettacolo "Con la carabina", in scena allo Spazio Diamante di Roma e premio UBU nel 2022 per la migliore regia

 

Ci vuole tempo per prendersi cura del proprio gusto estetico e una conoscenza del teatro che prevarica ogni giudizio, anche verso se stessi, nel ritrovarsi a trovare profondamente bello ciò che in una lettura di superficie può apparire estremamente atroce. C’è una frase di Artaud che più di tutte, a nostro parere, descrive ciò che intimamente il pubblico anela quando si approccia all’esperienza teatrale: “Dichiaratamente o no, consciamente o no, ciò che in fondo il pubblico cerca nell’amore, nel delitto, nelle droghe, nella guerra o nell’insurrezione è uno stato poetico, una trascendente esperienza vitale”; che ogni consuetudine che lo tiene in vita si trasformi in uno stato poetico.

Non esagero nel dire che negli spettacoli di Licia Lanera questo accade, prepotentemente, irrimediabilmente. Sicuramente ciò è accaduto in chi vi scrive nel vedere “Con la carabina”, dove la regista, proprio perché sa che a fine spettacolo nel pubblico può insorgere quell’ “esperienza vitale”, lo “preserva” invitandolo ad uscire dalla sala senza dargli il tempo dell’applauso, del decantare, del sopire al morso di quel pugno nello stomaco; tuto deve restare lì, in quella sospensione di memoria che rimarrà scolpita in qualche parte del cervello. Il testo, “À la carabine” (2020) della drammaturga francese Pauline Peyrade, racconta di una bambina di undici anni che il tribunale francese ha ritenuto fosse consenziente di uno stupro subito ad opera di un amico del fratello. Una scrittura potente che si muove tra analessi e prolessi, salti continui di memoria che costringono lo spettatore a tenere un filo mentale continuo, assai difficile da ammatassare. Ma seppure il testo fa un grande dono alla potenza della messa in scena, in questa operazione è la regia che costruisce la finitezza di un prodotto davvero ben riuscito.

La scena è essenziale, un tavolo, sul quale gira una ruota panoramica giocattolo, i due personaggi interpretati da Ermelinda Nasuto e Danilo Giuva, sono anch’essi “corpi di scena”, a volte oggetti, a volte esseri umani sensienti, a volte corpi morti, della stessa morte che provoca un’azione di violenza, lasciando le membra in balia di una vita sulla quale si cerca di ricostruire una storia. Non a caso il coniglio è di pezza, ma è anche morto, scuoiato, vero, in carne e ossa, perso da ogni velleità di pupazzo di pezza, accompagna la protagonista nel dolore delle sue notti; per sempre una macabra compagnia, quella di uno stupro, che non ci lascia facilmente, ci abita costantemente. Colpisce nella serrata trasformazione di registri i ruoli che passano da vittima a carnefice, eludendo l’intera messa in scena dal giudizio; lo spettatore ne esce portandosi con sé differenti piani di comprensione, non conta l’epilogo della storia, né la storia stessa; conta semplicemente averla guardata. Il testo recitato da entrambe gli attori con un inflessione dialettale barese, che allarga le vocali estendendo alcune parole, le scandisce a tal punto tale di renderle elastiche all’ascolto e decisamente esplicite. La prova da attore della Nartuo e di Giuva è davvero un manifesto di pratica laboratoriale; non sappiamo in che modo si sono preparati, ma abbiamo la sensazione che per questo prodotto sia occorso un training assai impegnativo.

La vicinanza degli attori, l’incastro dei loro corpi e delle voci, la fermezza con cui riprendono la scena dopo momenti di grande pathos, ci fa pensare ad un mondo altro di cui lo spettatore non verrà mei edotto, ma a cui spetta la parte finita, quella migliore, come un buon piatto che esce fuori da tante prove di cottura e da materie prime selezionate. A condire lo spettacolo l’apporto sinestetico di due fari che come se si fosse su un set fotografico, lanciano pioggia di luce sui protagonisti, evidenziandone ogni micro piega del corpo (un’analisi minuziosa, quasi chirurgica) per poi spararsi verso il pubblico, accecandolo per qualche minuto, rendendolo osservatore e complice della violenza. I sensi sono toccati tutti, l’udito esplode con le canzoni di Billie Eilish e l’acustica disegnata dal sound design Francesco Curci. Licia Lanera è al suo terzo premio UBU, uno come attrice, due come regista, uno dei quali proprio nel 2022 per “Con la carabina”; a nostro parere tutti meritatissimi. La Lanera sa fare ciò che intendeva Artaud nell’ipotizzare una nuova pratica teatrale, sa far emergere verità ancestrali che ricongiungono il teatro alla vita e questo può avvenire solo creando crepe profonde nello spazio scenico e nei corpi che lo abitano.   

 

 

Barbara Chiappa

28 gennaio 2026

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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