Recensione della seconda compagnia di ‘Aufstieg und fall der stadt Mahagonny’ al Teatro Verdi di Trieste
Il Verdi di Trieste mette in scena per la prima volta nella sua storia ‘ Aufstieg und fall der stadt Mahagonny’. Certamente quando il precedente direttore artistico, il dott. Rodda, ha proposto questo lavoro non si immaginava che sarebbe finito al centro del dibattito più politico che culturale, per la presenza sul podio di Beatrice Venezi, della quale in questi mesi tanto si è parlato e tantissimo si è straparlato.
Forse non immaginava neppure che con questo lavoro si aprisse l’era del suo sostituto, il dott. Vicari, che si è trovato a fronteggiare l’emergenza di una continua diaspora degli interpreti. Rispetto agli annunci di inizio stagione, infatti, sono cambiati moltissimi cantanti, a partire dal nome più illustre: Chris Merritt, che ci pare dovesse essere al suo esordio triestino, al quale sono seguite sostituzioni su sostituzioni, fino all’ultimo momento, con l’arrivo per la prima di Santiago Martinez come Jim, all’esordio in Italia.
Apprezzatissima la presenza di Vicari in sala, a seguire la recita in un affollatissimo palchetto. Il pubblico di Trieste, che ancora ricorda, con quella stima che non sempre invece i potenti hanno voluto dimostrare, il passo rapido ed il gesto deciso di de Banfield che pareva vivere in quel teatro, ha bisogno di un referente, di qualcuno che ci metta la faccia, anche se le decisioni iniziali non sono state le sue.
Ha bisogno di sentirsi ascoltato, di qualcuno che ‘respiri’ l’atmosfera, senza che questo diventi condizionante nelle scelte, ma che spinga a decisioni, anche coraggiose, perfettamente ponderate, figlie di un percorso culturale chiaro, che ha obbiettivi e strategie che vadano al di là del botteghino. Per tutte queste ragioni e per molte altre i migliori auspici al nuovo direttore artistico per il lavoro che lo aspetta.
Abbiamo molto apprezzato la scelta di un titolo ‘di rottura’ in una stagione con spettacoli salva bilancio come ‘Barbiere’ e ‘Trovatore’ e ‘Butterfly’ e siamo entusiasti che sia stato coinvolto uno dei massimi registi del nostro tempo: Henning Brockhaus, che con il suo team ha riproposto un allestimento rodato e di grande impatto.
Nelle ultime stagioni questo artista è una presenza ricorrente nella programmazione triestina e speriamo che la collaborazione continui negli anni, per la qualità e la profondità del suo lavoro.
Certamente un pubblico meno avvezzo al nuovo ha storto il naso, ma lo avrebbe fatto comunque ed a prescindere.
Trieste ha sempre avuto uno zoccolo duro di tradizionalisti, ma anche, fino a pochissime decine di anni fa, una saggia e determinata politica di apertura al contemporaneo, al nuovo, che veniva proposto con cast coraggiosamente di qualità.
Carmen Lavan per ‘La Speranza’ di Mannino, la Casolla per ‘Il Castello di Barbablù’, Luciana Serra per ‘L’Ultimo Selvaggio’, solo per fare i primi nomi.
I lavori meno popolari hanno bisogno di essere supportati da allestimenti di qualità, buoni cantanti, direzioni sicure.
Perché rischiano, altrimenti, di diventare proposte snob e se c’è una cosa che va combattuta, per mantenere viva l’opera lirica, è l’elitarismo.
In questa occasione, secondo noi, lo spettacolo è decisamente riuscito.
Questa recensione si riferisce alla seconda compagnia, ma ci riproponiamo di recensire anche la prima, che andremo ad ascoltare alla fine delle repliche.
Affrontiamo subito la questione direzione di Beatrice Venezi. A noi pare che attorno a questa musicista si sia alzato un polverone, gestito malissimo.
Il fatto che venga protestata senza essere salita sul podio è, a nostro parere, una censura preliminare, che poco ha a che fare con l’Arte.
Ci sentiamo di condannare ogni forma di ‘Guerra Preventiva’, perché per avere la Pace si parla, non ci si pugnala alle spalle.
In troppi si sono comportati male ed in maniera manichea, ma a noi, che peraltro in passato non siamo stati teneri con la sua bacchetta, sembra che le colpe vere non siano imputabili alla Venezi, che si è trovata, a seconda degli schieramenti, o nel banco degli imputati o sul fuoco della graticola dei martiri. Entrambe posizioni sbagliate, perché è sul podio veneziano che avrebbe dovuto salire, per essere ascoltata e valutata per il suo lavoro. A quel punto poteva e forse doveva essere contestata. Per le sue capacità, od incapacità, musicali. Non per quanto è simpatica o per dove mette la X in cabina elettorale.
Anche perché, alla fine, il pubblico vuole un direttore capace, non concorde politicamente alle sue idee.
Discorso differente per la gestione della nomina da parte della direzione del teatro, del Comune e di tutte le altre parti coinvolte.
Perché per loro si tratta di questioni effettivamente anche politiche, sicuramente di comunicazione, certamente di opportunità.
A noi viene anche da dire che comunque non abbiamo notato grosse differenze di metodo negli ultimi vent’anni: certi figli di illustri personaggi, perfino di Ministri , alla guida di istituzioni importanti, orchestre, istituzioni sono una tradizione, deleteria e condannabile, che va al di là degli schieramenti. Purtroppo.
Come certi siluramenti per troppo merito, in anni e luoghi non così lontani da essere stati rimossi dalla memoria, ancora fanno male a chi crede nel valore etico dell’Arte.
Digressione che ci siamo permessi perché sostanzialmente è una delle questioni alla base del lavoro di Brecht/Weill, che si avvicina a festeggiare il secolo, a dimostrazione che nulla cambia e che l’uomo non sa imparare dagli errori che commette.
Per noi Venezi ha diretto in modo corretto. Abbiamo guardato il gesto, visto che tanto se ne è scritto. Possiamo riconoscere che era un po’ legnoso, ma immaginiamo faccia parte del suo stile, del suo modo di essere. Per nessun altro abbiamo letto tanta minuzia nell’indagare sui modi, i moti, sull’uso delle mani, la flessuosità del gesto. Ma non dovrebbe contare quello che si sente? Il senso della narrazione? La capacità di interpretare lo spartito? Il supporto che hanno i cantanti? Abbiamo trovato gli attacchi, abbiamo visto gli sguardi degli interpreti cercare e trovare il gesto giusto, abbiamo sentito un suono ben strutturato.
Non una direzione dai mille colori. Ma crediamo che in questa partitura non ci sia una tavolozza di sfumature così ampia.
Abbiamo sentito un organico, quello dell’Orchestra e del Coro del Teatro Verdi, che bene rispondeva alle richieste della direzione, regalava una prova convincente e superava le tante difficoltà di una composizione ricchissima di spunti, citazioni, riferimenti, passaggi raffinati.
Il coro, diretto da Paolo Longo, ha saputo rendere benissimo le sonorità di Weill ed in questa occasione la componente maschile ha realmente brillato.
Ingeneroso, secondo noi, non riconoscere che la prova è stata superata.
Che non vuol dire che Venezi in questo momento possa dirigere tutto, che sia infallibile, che abbia una personalità carismatica assoluta.
Ma che abbia il diritto a salire sul podio ed essere giudicata per il suo lavoro.
Dal punto di vista visivo lo spettacolo, molto ben illuminato da Pasquale Mari, è di grande impatto.
Margherita Palli è artista di prima grandezza ed inventa un impianto, in cui i riferimenti pittorici pullulano, da Burri ad Ensor, da Warhol a Magritte.
Intelligenti e raffinate, ricche di spunti e funzionali, le sue scenografie sono una lezione di stile. A dimostrazione che il grande teatro esiste ancora, finchè esisteranno i grandi artisti.
Appropriati i costumi di Giancarlo Colis.
Valentina Escobar è una certezza di qualità. Le sua coreografie sono perfettamente integrate nella narrazione, riescono ad esaltare le atmosfere, ad enfatizzare la critica sociale ed il disincanto, senza essere mai stucchevoli e mai esagerate.
Henning Brockhaus si conferma uno dei grandi della regia contemporanea e centra perfettamente l’obiettivo. In modo attento, intellettualmente fecondo di stimoli e spunti, mai sguaiato, neanche quando racconta il degrado e la decadenza.
Sa filtrare la lezione strehleriana e la distilla senza imitarla.
Trova il giusto ritmo narrativo e fa benissimo a scegliere l’italiano per gli interventi del narratore (un funzionale Giacomo Segulia), quasi che il testo in tedesco sia una scelta metateatrale, un gioco di rimandi, a narrare l’infinita povertà interiore di una società cinica e calcolatrice, che mette in scena i suoi fantasmi.
Gli interpreti sono tutti all’altezza della situazione, con alcune punte d’eccellenza.
Appropriato il gruppo delle ragazze: Tatiana Previati, Atefeh Kadkhodazedeh, Veronica Foia, Federica Giansanti, Elena Serra e Stefania Seculin.
Joe ha la voce, non sempre imperiosa e l’aspetto atletico di Niall Anderson, che riesce a rendere credibile fisicamente il personaggio del taglialegna.
Bill è Marcello Rosiello, sempre affidabile e professionale vocalmente e fisicamente appropriato per essere un aitante boscaiolo.
In passato avevamo avuto alcune perplessità sulle prove vocali di Nicola Pamio, ma in questa occasione dobbiamo, con piacere, ravvederci e riconoscergli, oltre alla consueta bravura scenica, una resa vocale appropriata ed in diversi momenti profondamente coinvolgente.
Silvia Caliò, Jenny, regala una prova in crescendo, che la porta a convincerci soprattutto nel secondo atto.
Tiziano Rosati supera agevolmente le difficoltà, sia vocali che sceniche, del ruolo infido di Moses, che riesce ad interpretare senza scivolare mai nello sterile stereotipo.
Anche se all’inizio patisce un po’ i volumi dell’ orchestra, Nozomi Kato è molto ben calata nella parte di Leokadja Begbick, che assolve con generosità .
Bravo vocalmente e credibile scenicamente il giovane Nicolas Resinelli, che mette la sua voce potente e dalla vasta tavolozza al servizio di un ruolo non semplice. Speriamo di poterlo presto riascoltare anche in un repertorio differente.
Per quel che ci riguarda abbiamo trovato entusiasmante, sia scenicamente che vocalmente, Cristiano Olivieri, magnifico Jim.
La partitura non lesina le difficoltà, che il tenore affronta a testa alta e supera con sicurezza e bravura, mettendo in evidenza uno strumento solidissimo, che secondo noi avrebbe meritato, negli anni, maggiori occasioni professionali; una grande sensibilità interpretativa ed una intensità a tratti commovente e sempre coinvolgente.
Alla fine, dalla sala gremita anche da moltissimi giovani, molti applausi per tutti, con tante chiamate al proscenio e qualche brontolio nel foyer da parte del pubblico più attempato, che non contestava lo spettacolo, ma proprio Brecht, senza rendersi conto che in questo modo ne celebrava il senso e l’essenza.
Gianluca Macovez
2 febbraio 2026
informazioni
Trieste, Teatro Verdi, 31 gennaio 2026
AUFSTIEG UND FALL DER STADT MAHAGONNY
(Ascesa e caduta della città di Mahagonny)
Musica di Kurt Weill
Libretto di Bertold Brecht
Maestro Concertatore e Direttore BEATRICE VENEZI
Regia HENNING BROCKHAUS
Scene MARGHERITA PALLI
Costumi GIANCARLO COLIS
Luci PASQUALE MARI
Coreografia VALENTINA ESCOBAR
Allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Regio di Parma e Fondazione i Teatri di Reggio Emilia
Personaggi e interpreti
Leokadja Begbick NOZOMI KATO
Fatty, der “Prokurist” NICOLAS RESINELLI
Dreieinigkeitsmoses TIZIANO ROSATI
Jenny Hill SILVIA CALIÒ
Jim Mahoney CRISTIANO OLIVIERI
Jack O’Brien / Tobby Higgins NICOLA PAMIO
Bill, detto Sparbüchsenbill MARCELLO ROSIELLO
Joe, detto Alaskawolfjoe NIALL ANDERSON
Il narratore GIACOMO SEGULIA
Ragazze di Mahagonny TATIANA PREVIATI
ATEFEH KADKHODAZADEH
VERONIKA FOIA
FEDERICA GIANSANTI
ELENA SERRA
STEFANIA SECULIN
Maestro del Coro PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste


