Lunedì, 11 Maggio 2026
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Processi creativi di attivazione della percezione nella “Tenuta dello Scompiglio” di Vorno

Dalla mostra personale di Hans Op de Beeck ai percorsi percettivi proposti da Olivier Boréel e Perrine Mornay

 

La nostra testata ha un legame consolidato per le attività che propone “Dello Scompiglio” ideato e diretto dalla regista e artista Cecilia Bertoni, che prende vita nella omonima Tenuta, situata alle porte di Lucca, sulle colline di Vorno, poiché è una delle realtà più innovative sul territorio nazionale che coniuga all’interno di “un luogo” la necessità di produrre ed esporre diverse forme di percorsi d’arte. Il luogo è inserito profondamente nella natura, la abita e ne è abitato. Una scelta di relazione con l’ambiente di profonda sostenibilità che da’ vita anche ad un’azienda agricola e cucina, che mantiene con grande integrità il percorso di responsabilità ambientale che si è proposto. L'Associazione dal 2007 crea, produce e ospita spettacoli, concerti, mostre, installazioni; realizza residenze di artisti, laboratori, corsi e workshop; organizza e propone itinerari performatici all’aperto, visite guidate, lezioni Metodo Feldenkrais®; gestisce lo Spazio Performatico ed Espositivo (SPE); il tutto tenendo presente tutte le innovazioni culturali che si muovono in Europa e non solo e proponendo percorsi artistici sempre estremamente impattanti. E’ sicuramente questo il caso delle tre operazioni artistiche di cui abbiamo fruito nella giornata del 25 aprile e che ci ha sottoposto a una “resistenza emotiva”, su cui ci siamo dovuti interrogare a lungo.

Il nostro viaggio d’arte parte da “Danse Macabre”, mostra personale di Hans Op de Beeck, a cura di Angel Moya Garcia inaugurata l’11 aprile  e che resterà fino al  25 ottobre 2026. L’artista belga, noto per le sue installazioni monumentali, immersive e sensoriali, presenta una mostra strutturata attraverso un’installazione site-specific e un film d’animazione. La prima è un’istallazione in bianco e nero di un parco giochi forse in disuso in cui appaiono intorno e dentro una giostra una serie di personaggi e oggetti che la abitano dando all’intera costruzione una omogeneità surreale. Il crepitio del fuoco che si sente in sottofondo fa eco al senso di straniamento che accompagna il visitatore attraverso il vialetto che circonda il gioco. La luminescenza degli sparuti stagni d’acqua fa passare un riverbero di vita attraverso un’istallazione che evoca la morte, ma non la morte fisica, bensì la morte del sogno, dell’incanto, del gioco, che non trova spazio nell’adultità. Il percorso prosegue con la proiezione del film d’animazione “Vanishing Point”, che completa la mostra, e che se si ha la pazienza di sedersi a gustarlo con calma regala davvero una bella sorpresa. Le immagini, dei quadri in china e acquarello, si iniziano ad animare in magici paesaggi in cui l’uomo non trasforma la natura, bensì viene trasformato da essa in un circuito di sovrapposizione tra morte e rinascita che incanta per la poeticità del suo racconto. 

Salendo appena di mezzo piano ci troviamo all’interno della seconda istallazione, “Un couteau dans le dos du théâtre”,  di Olivier Boréel e Perrine Mornay, che è un sistema espositivo in cui i testi proiettati offrono ai visitatori una lettura cadenzata di statement o “proposte” di azioni performative. Esattamente 57 slide che si succedono in un ambiente buio in cui il visitatore entra con il fascino dell’inaspettato e si ritrova in un meccanismo di interazione con dei quesiti/richieste che gli vengono proposti. Ebbene, la prima scelta che il pubblico è costretto a fare è se partecipare, oppure no, a quell’azione creativa. Anche non essere attore, ma solo fruitore in fondo è una scelta in questo percorso di relazione “con l’ignoto” che ci sottopone, volendolo, ad interagire con oggetti all’interno della stanza. L’interazione però, e questo è l’elemento che ci sorprende, non è mai depurata da significato, se non in alcuni quadri che ci sembra abbiano solo la funzione di interrompere in modo netto e puramente fisico il processo mentale a cui si è sottoposti. Siamo “costretti” a ricordare, a pensare, ad indagare nei nostri sentimenti, a scegliere se vogliamo restare, o andare. A vivere insomma. 

Il percorso performativo termina poi con “Lumen Texte” di  Olivier Boréel e Perrine Mornay, performance per palcoscenico e videoproiettore. Una pièce teatrale senza attori né colonna sonora, che vuole proporre una reale esperienza di spettacolo, in cui il testo prende la parola al suo posto e recita perfettamente alla lettera. Su questa realizzazione si aprono una serie di interrogativi e riflessioni personali che ci portiamo dietro ancora oggi. Immaginate uno schermo in uno spazio completamente vuoto su cui iniziano a scorrere parole. Le parole non sono casuali, bensì si palesa una forma di interlocuzione con lo spettatore, tanto che lo schermo Lumen Texte a questo punto ci appare come un essere altro in un processo di vera e propria relazione. Immaginiamo chi può esserci dietro di lui che ci osserva, tanto da definire con chiarezza alcuni particolari di noi presenti in sala. Sappiamo che ci “spia”, tanto che ad alcuni scelti arriva un messaggio sul cellulare mandato proprio da Lumen texte e probabilmente è in quel messaggio il senso di questo lavoro. Chi è presente in questa relazione tra uomo e schermo, o forse quante volte noi ci troviamo in un medesimo tipo di relazione, seppure con esseri umani esistenti. Si vede con chiarezza che i due ideatori di questo evento stanno esplorando spazi inerenti non solo le arti performative, ma probabilmente anche zone attinenti le neuroscienze, o la psicofisiologia. I richiami alla percezione sono molteplici, così come i suggerimenti all’attenzione ai sensi; ripetuto più volte il “qui e ora” di gestaltiana memoria. A chi vi scrive l’esperimento è piaciuto, seppure ci siamo interrogati molto sul senso che un’azione di questo tipo possa essere definita teatro. Manca fondamentalmente “il gesto” come diceva Grotowski, che in questo caso non ci sembra possa essere costituito appieno dal “corpo” della parola, suggestione su cui gli autori ci fanno riflettere spesso. E seppure la parola svolazza e ci trastulla (incredibile come questa performance ci abbia tenuto fermi per circa un’ora), il corpo dei lemmi non è ancora sufficientemente eloquente per  permettere un’interazione profondamente efficacie. Si dice che non c’è educazione senza relazione, ecco l’altro quesito, perché chi vi scrive in realtà si sente estremamente “educato” da questa performance, le riflessioni che ci attraversano sono profonde e continue. Quindi forse questo è il senso di questo progetto; lasciarci in un processo di straniamento che però genera domande profonde. 

Ringraziamo l’addetto stampa Angelica D'Agliano, “Tenuta dello Scompiglio” e “Lo Scompiglio” per la grande ospitalità che ci riserva ogni volta. 

www.delloscompiglio.org

 

Barbara Chiappa

27 aprile 2026

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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