Giovedì, 12 Febbraio 2026
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Recensione di  ‘Serata Petit / Wheeldon / Pastor’, unico spettacolo di balletto della stagione del Teatro triestino.

 

Difficile scrivere la recensione dello spettacolo visto a Trieste: ‘Serata Petit / Wheeldon / Pastor’, proposto da Étoiles, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma.

Proporre Petit a Trieste è un gesto coraggioso. Perché il coreografo francese era molto legato alla città e perché i triestino lo amavano moltissimo.

Tante le prove di questo vicendevole affetto: potrebbero bastare il fatto che lo stesso Petit, ultracinquantenne,  interpretò al Verdi la parte di Coppellius e dall’altra parte ricordare  l’immediato sold out per tutte sette  le repliche di  ‘Proust, ou Les Intermittences du coeur’, che costrinse il teatro ad organizzare una recita straordinaria, i cui biglietti risultarono esauriti in poche ore.

Certamente lo sapeva il Direttore Artistico prof. Rodda quando meritoriamente ha pensato di riportare il lavoro del grande coreografo sul palco triestino ed ha puntato su uno dei pochi corpi di ballo di una fondazione italiana, oltretutto del teatro della capitale.

Crediamo, vista la sua vasta preparazione e la sua nota precisione, che lo sapesse bene anche  la giustamente acclamata etoile Eleonora Abbagnato. 

Con queste premesse ci aspettavamo di ritrovare l’intensa narrazione, di sentirci trasportati nei turbinii del racconto coreutico e narrativo, di respirare quell’ afflato coraggioso che ha consentito a Petit di svecchiare il mondo della danza con una competenza inattaccabile.

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Straordinaria prova di una delle maggiori interpreti della scena coreutica mondiale

Acclamata in tutto il mondo, Natalia Osipova è al momento uno dei nomi più prestigiosi della scena coreutica internazionale e con lei si apre la stagione Danza curata da Fiorenza Cedolins per il ‘Giovanni da Udine’ .

La ballerina russanaturalizzata britannica, da sempre centellina le sue presenze in Italia  e la sua inclusione nel cartellone del teatro è la conferma di come le proposte della direzione artistica ‘danza, opera ed operetta’ non siano mai scontate e puntino a trasformare il ruolo  subalterno del teatro udinese in un autentico riferimento per la cultura del Nord Est.

Portare ad Udine nomi che non hanno in previsione altre date in Italia significa attirare l’attenzione degli appassionati, far spostare cultori e fan, permettere al capoluogo una visibilità che troppo spesso è stata appannata.

Certo è il modo più complesso di organizzare una stagione e sicuramente la direttrice ha messo in gioco il suo carisma artistico e la sua fama per poter avere, in anni recenti, la compagnia di Bejart, per due volte Bolle, gli spagnoli di ‘Igra’.

Ma i sold out, gli applausi copiosi e le recensioni decisamente positive dimostrano che questa è la  strada che il pubblico apprezza e che realmente desidera.

Un  plauso in questo senso va alla direzione del teatro che si è dimostrata illuminata nel dare fiducia a questo indirizzo culturale, ma anche nel cogliere le potenzialità e l’unicità di avere un nome, così famoso nel mondo, a curare la programmazione.

Fatta questa premessa, andiamo alla serata.

Limite e pregio al tempo stesso, la struttura dello spettacolo : ‘Force of Nature’.

Limite, diranno i puristi,  perché di fatto è una sorta di ‘best of’ e non uno spettacolo autonomo.

Pregio, sosteranno fan ed amanti della danza,  perché ci consente di apprezzare come meglio non si potrebbe una danzatrice giunta a  quel momento della carriera in cui maturità interpretativa   e prestazioni  fisiche  trovano un equilibrio magico.

Non una che ha il sopravvento sull’altra, ma un mutuo abbraccio che sublima le potenzialità dell’interprete.

Che in questo programma escono in tutta la loro potenza.

Anche grazie agli interpreti che affiancano la primadonna, che nel 2022 ha fondato , con il marito Jason Kittelberger, coreografo e danzatore di prima grandezza, il Bloom Dance Project, una società di produzione indipendente con l’idea di promuovere l’arte della danza a un pubblico sempre più ampio. 

Patricio Revé è primo ballerino del Queensland Ballet ed ex primo ballerino del Balletto Nazionale di Cuba. È entrato a far parte del Queensland Ballet nel 2018 ed è stato promosso primo ballerino nel 2022. 

Francesca Velicu si è formata all’Accademia di Balletto Bolshoi. Nel 2016 è entrata a far parte dell’English National Ballet, promossa a Primo Artista nel 2017, Solista Junior nel 2022, Solista nel 2024.  Nel 2018 è stata vincitrice dell’Olivier Award per la sua interpretazione de La Prescelta in ‘Le Sacre du printemps’ di Pina Bausch. 

Daniel McCormick e si è formato alla Ballet San Jose School, San Francisco Ballet School e Houston Ballet School. Nel 2017 è entrato a far parte dell’English National Ballet, promosso a Primo Artista nel 2019, Solista nel 2020, Primo Solista nel 2022. 

Eryck Brahmania è danzatore ed insegnante di danza . ha collaborato con alcune fra le più titolate compagnie internazionali  e collabora, fra le altre, con il Royal Ballet School e l’English National Ballet.

La serata è decisamente articolata, con un programma che man mano che lo spettacolo avanza si fa chiaro nella sua essenza: un viaggio che partendo dal classico più tradizionale arriva al contemporaneo.

Si inizia con  una grande pagina del balletto classico: il ‘passo a due’  da  ‘Romeo e Giulietta’ su musiche di Sergej Prokof’ev, risolto con grande precisione, senza cercare soluzioni ad effetto, ma offrendo una prova di spessore tecnico.

Patricio Revé ha una elasticità ed una flessuosità notevolissime, unite ad una facilità a superare gli ostacoli che la coreografia di Kenneth Mac Millian non gli risparmia.

La Osipova, sicuramente non aiutata dal costume di scena,  offre una Giulietta  di grande introspezione. Pastella una fanciulla timida, innamorata, sognante ma anche, in alcuni momenti, trascinata dalla passione.

La ballerina, al di là di un bagaglio tecnico adamantino, dimostra da subito un grande carisma, ma anche un rapporto  raro con la partitura. Sembra farsi strumento musicale, pare che abbia nutrito i suoi movimenti delle note, in una sintonia totale, verrebbe da dire in una compenetrazione fra suono ed azione, che da sola giustifica la sua presenza all’apice della danza mondiale. 

Di grandissima presa narrativa alcuni passaggi nei quali i due interpreti sembrano fondere i loro corpi in una figura antropomorfa, con due gambe e moltissime braccia, una sorta di essere mitico, una creatura che tutti sanno esiste ma che nessuno ha mai realmente visto, anche se tutti l’hanno sognata: la forma dell’Amore di Romeo e Giulietta, sublimato nell’abbraccio intenso che chiude il brano.

Francesca Velicu e Daniel McCormick danzano ‘Le Corsaire’ , con le tradizionali coreografia Marius Petipa.

Se l’intento era ci portare in scena il grande balletto classico, la scuola tradizionale russa, l’esibizione ‘canonica’, il risultato è centrato in maniera pirotecnica.

La prova fornita dai due interpreti è eccellente.

La Velicu dimostra un controllo assoluto, una eleganza notevolissima, che appare evidente anche nell’uso  delle braccia ed esegue i 42 fouettés consecutivi  con inappuntabile precisione e purezza di movimento, senza cedimenti o segni di fatica, nonostante la prova improba.

Daniel Mc Cormick incanta la platea che lo acclama anche durante lo svolgimento della prova.

La parte, anche nel balletto proposto nella sua interezza, è sostanzialmente breve, ma concentra in pochi minuti tutte le principali difficoltà della danza classica, ampliandone la complessità perché mancano i tempi per il recupero ed è necessaria una notevolissima resistenza per reggere senza cali  fino alla fine.

Il solista dell’English National Ballet affronta ogni passo con titanica sicurezza, dando anche la sensazione di aver optato per la versione più complessa della coreografia, ma rendendola con tale sicurezza da far apparire naturali  i tanti salti che cesella grazie ad un apparato muscolare scultoreo e potentissimo, che gli permette una elasticità ed un controllo notevolissimi.

Strabilia  con le piroette multiple, eseguite con una sintonia  con la musica che affascina e gioca con il baricentro senza perdere mai il controllo, neanche nei più arditi e multipli ‘tours en l’air’ .

Riesce a sollevare la ballerina  senza segno di fatica ed i due ricamano figure di raffinatissima eleganza, disegnando geometrie che entusiasmano la sala e che testimoniano una intesa realmente speciale.

Alla fine del brano una vera esplosione di entusiasmo da parte dei presenti. 

Coraggioso proporre, dopo una coreografia così tecnica e d’effetto, un brano  come ‘Valse Triste’, molto complesso dal punto di vista tecnico ed interpretativo, ma teoricamente meno d’effetto.

Ma proprio da qui in poi capiamo che la serata è qualcosa che raramente riusciamo a vedere sui nostri palcoscenici, così, depauperati dalle scelte politiche degli ultimi decenni, che hanno decapitato le compagnie stabili di balletto e costretto i migliori interpreti italiani ad andare all’estero.

Premessa significativa è che la coreografia del pezzo è stata realizzata appositamente per la Osipova da uno dei più importanti coreografi neoclassici al mondo: Alexei Ratmansky, dell’American Ballet Theatre, che ha dimostrato da un lato ci conoscere a fondo le potenzialità della ballerina, dall’altro ha scelto di metterle in gioco senza sottrarre nessuna difficoltà e senza regalare agli interpreti tempi di recupero o qualche pausa narrativa.

Revè si conferma interprete eccellente, capace di superare, senza apparente fatica, le difficoltà di cui la coreografia è irta, attento ad ogni gesto, sicuro nelle prese, potente nell’espressione ed affidabilissimo nell’intesa, magnifica sia nei ‘portés’ che nei ‘tours’, che è chiamato a sincronizzare con musica e, soprattutto, con la compagna di palcoscenico.

La Osipova pare indossare la parte, in ciascun muscolo, in tutte le espressioni, in ogni movimento. Sicura nei giri, infallibile nei  ‘passaggi d’elan’ ed emozionante nel ‘collasso controllato’, in realtà affascina ancora di più per la capacità narrativa, per la completezza della prova, che incatena i presenti in un silenzio  quasi mistico. Veniamo rapiti dal racconto, dal linguaggio del corpo, dalla bravura nel coinvolgimento. Anche la mimica facciale, tutto sommato trattenuta ed esplicitata in una tavolozza ridotta, assume un significato intenso, convincente.

Pare di vedere il dramma che si consuma davanti ai nostri occhi e mai l’aspetto tecnico, l’esibizione atletica interrompe il flusso emozionale.

Non a caso allo spegnersi delle luci l’applauso tarda qualche frazione di secondo, come se il pubblico prima di esplodere in un deflagrante consenso avesse bisogno di un respiro, di girare pagina per non sporcare, anche se con un franco apprezzamento, la purezza delle emozioni vissute.

‘Damaged Skin’ , su musiche di Sergej Rachmaninov, vede il ritorno sul palcoscenico di Francesca Velicu, affiancata da Jason Kittelberger, che firma anche la coreografia del pezzo, che strabilia per il continuo proporre di soluzioni tecniche, giochi di corpi, geometrie immaginifiche e spesso ardite per pesi ed equilibri.

Un ritmo serratissimo, che dimostra le capacità eclettiche della Velicu, che passa dal più classico dei balletti di tradizione alla danza contemporanea senza perdere credibilità e dimostrandosi interprete eccellente in entrambi i casi.

Kittelberger è certamente raffinato coreografo, ma anche ottimo interprete. Elastico, flessibile, è dotato di una figura slanciata ed elegante. Affronta e vince una lunga sequenza di  difficoltà che dissemina con coraggio nella  sua composizione, che a nostro parere sarebbe stata ancora più potente se alla seta degli abiti si fossero preferiti la potenza del torace e la ricchezza delle linee della schiena. Ma questo è solo una timida opinione, esplicitata  forse solo per non trasformare la recensione in un incondizionato peana.

La prima parte di questo intensissimo spettacolo si chiude con l’assolo ‘Isadora’ , una coreografia di Frederick Ashton su cinque Valzer dall’op. 39 di Johannes Brahms, che viene eseguita per la prima volta in Italia, con l’accompagnamento dal vivo del bravissimo pianista Daniele Bonini.

Momento altissimo di danza. La Osipova riesce ad evocare le movenze, i ritmi, il valore rivoluzionario  della Duncan con grande intensità, ci rende partecipi della storia, danza anche i silenzi.

Capiamo appieno il senso dei brani proposti, svuotando il programma da letture autocelebrative, per gustarci come questa prima parte sia un potentissimo viaggio nella strada della Danza, un percorso nel quale la Osipova ci prende per mano per sottolineare come la tecnica sia bene necessario ed irrinunciabile, ma mai fine; strumento per raccontare, non mezzo per esibire.

Distilla la lezione della grandissima Isadora, narrandone coraggio e drammi, competenza e spessore, in una sequenza faticosissima, che viene offerta senza cedimenti, anche giocando al rialzo sia dal punto di vista dell’impegno tecnico che della complessità narrativa.

Alla fine un oceano di applausi travolge questa primadonna della Danza, ma anche l’apprezzatissimo strumentista, che non è mai stato accompagnamento ma sempre coprotagonista della scena.

Dopo un breve intervallo, nel quale si sono raccolti in sala  commenti positivi su tutto e tutti ed è concorde la sensazione che per un pomeriggio Udine sia stata ai vertici mondiali della danza, la seconda parte è occupata da ‘Ashes’, una coreografia di Jason Kittelberger ispirata al dipinto ‘Ceneri’ di Edvard Munch.

Ne sono interpreti Natalia Osipova, lo stesso coreografo Jason Kittelberger, che per inciso è marito della ballerina e con lei ha fondato il Bloom Dance Project, Francesca Velicu ed  Eryck Brahmania

Le musiche, di grande presa , sono di Nigel Kennedy and the Kroke Band.

Una prima considerazione merita la coreografia, che affronta in difficile tema della perdita. Un racconto potentissimo, che dimostra un’autenticamente profonda conoscenza del pittore norvegese; un rispetto rigoroso dei suoi dipinti, dei quali si citazioni geometrie compositive e significato intrinseco; l’esaltazione della figura della donna, madre, sorella, compagna, amica, chiamata alla fine alla consapevolezza della solitudine interiore, che per certi versi è ineluttabile stato dell’Artista, che per quanto amato ed apprezzato, è chiamato a specchiarsi nella solitudine dei pensieri sublimi.

Dal punto di vista esecutivo, la prova offerta è esaltante per bravura tecnica; infallibile nell’intesa, sia nei passaggi a quattro che in quelli a due;  serrata nei ritmi e decisamente impegnativa nei tempi.

L’assolo finale della Osipova è magistrale. Incatena il pubblico che non riesce a staccarle gli occhi di dosso, in un silenzio che è commozione, poesia, pianto.

Alla fine infinite chiamate in scena ed applausi per tutti. Tanti, tantissimi, ma sempre pochi per tanta bravura.

Applausi  che andrebbero allargati al coraggio della direzione del teatro di uscire dai circuiti di giro per proporre spettacoli così importanti, ma anche al pubblico che ha risposto con un esaurito ad un nome che poteva apparire elitario.

La provincia non deve essere periferia dell’Impero, ma fucina culturale, semina coraggiosa. Deve ritrovare il suo ruolo di motore di formatore culturale che aveva fino a qualche decina di anni fa . 

Bravi   coloro che combattono con coraggio e coerenza perché il Friuli ritrovi il posto che gli spetterebbe nel dibattito, perché ritorni meta autenticamente culturale, con una sua identità precisa, uscendo da quei percorsi stereotipati delle compagnie di giro, che si possono trovare un po’ ovunque ed impari a valorizzare i talenti, anche autoctoni, invece che rifugiarsi tristemente nelle vestigia, ormai cenere, di una tradizione passata.

 

 

Gianluca Macovez

10 novembre 2025

 

informazioni

Udine, Teatro ‘Giovanni da Udine’, 9 novembre 2025

 

‘FORCE OF NATURE’

Con:

Natalia Osipova 

Patricio Revé 

Francesca Velicu 

Daniel McCormick 

Eryck Brahmania 

Jason Kittelberger 

 

Atto I

Natalia Osipova, Patricio Revé

Pas de deux  da ‘Romeo e Giulietta’ su musiche di Sergej Prokof’ev

coreografia Kenneth MacMillan

 

Francesca Velicu, Daniel McCormick

‘Le Corsaire’ su musiche di Adolphe Adam

coreografia Marius Petipa

 

Natalia Osipova, Patricio Revé

‘Valse Triste’ su musiche di Jean Sibelius

coreografia Alexey Ratmansky

 

Jason Kittelberger, Francesca Velicu 

‘Damaged Skin’ su musiche di Sergej Rachmaninov

coreografia Jason Edward Kittelberger

 

Natalia Osipova

‘Isadora’ su musiche di Johannes Brahms, Waltzes n. 1, 2, 8, 10, 13, 15, op. 39

pianista Daniele Bonini

coreografia Frederick Ashton

 

Atto II 

Natalia Osipova, Jason Kittelberger, Francesca Velicu, Eryck Brahmania

‘Ashes’ su musiche di Nigel Kennedy and the Kroke Band

coreografia Jason Kittelberger

 

 

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Recensione della serata del Bejart Ballet Lausanne al Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’

 

Ritorna sui palcoscenici italiani la compagnia Bejart Ballet Lausanne.

Maurice Bejart è stato uno dei capisaldi della danza del ventesimo secolo.

Nato a Marsiglia, il 1° gennaio 1927, il ballerino e coreografo francese iniziò la carriera prestissimo: a diciannove anni, dopo qualche anno di gavetta in parti minime,  danzava a Vichy .

Era il primo dopoguerra e  da lì  fu un rapido turbinio di incontri : Roland Petit, prima amico e poi acerrimo avversario; Janine Charrat, che aveva danzato con Lifar ed era stimata molto da Stravinsky con cui Bejart ebbe successivamente  una fitta frequentazione; la rivoluzionaria  Birgit  Cullberg, che gli aprì le porte  all’espressionismo  coreografico; solo per citare i primi che vengono in mente.

Volò di successo in successo, tanto che a meno di trent’anni aveva già una sua compagnia,  profondamente innovativa.

Nel 1959 firmò una fondamentale pagina di storia della danza contemporanea: la coreografia per ‘Le Sacre du Printemps ‘.

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Dal 25 febbraio al 2 marzo 2025, il Teatro Vascello di Roma accoglie Recollection of a Falling, un doppio programma firmato Jacopo Godani e Mauro Astolfi per celebrare i trent’anni di Spellbound Contemporary Ballet. Ma più che una retrospettiva, lo spettacolo è un’indagine sul tempo e sulla memoria fisica: un racconto fatto di corpi in continuo mutamento, di gesti che pensano e si ribellano, di suoni che si intrecciano alla carne e la attraversano. Due coreografie, Forma Mentis e Daughters and Angels, che si rispondono come due poli opposti di una stessa ricerca: da una parte la lucidità della

C’è un respiro trattenuto nel buio del Teatro Vascello, il sipario si apre su un paesaggio umano in continuo mutamento. I danzatori, ognuno avvolto in un proprio abito – tute leggere, pantaloni ampi, top aderenti, maglie scomposte – sembrano portare sulla pelle il loro vissuto, la loro personale relazione con la danza. Nulla è uniforme, eppure tutto è armonico: un’arcipelago di corpi che si muovono come un’unica corrente.  

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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