Martedì, 16 Aprile 2024
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Ci siamo, è arrivato quel momento! L’8 dicembre, infatti, per molti è iniziato ufficialmente il periodo natalizio! Luminarie, alberi, decorazioni, regali, pacchi e “pensierini”: tutto inizia a muoversi in attesa dei tre giorni di festa più celebri dell’anno. Per molti è un periodo di gioia: ferie, pause. Alcuni tornano da fuori per poter festeggiare con i propri cari. Per alcuni invece, non è così. C’è chi non ha famiglia, chi non può festeggiare oppure – più banalmente – non è amante del Natale. Per quelli che non partecipano a questo entusiasmo, viene spesso attribuito il nome di “grinch”, personaggio protagonista del racconto tedesco di Theodor Seuss Geisel, che odia il Natale e decide di rovinarlo: tra i più celebri adattamenti di questo racconto c’è l’omonima pellicola del 2000 diretta da Ron Howard.

Nel paese di Chinonso, situato in un fiocco di neve, i dolci Nonsochì adorano il Natale e la considerano la festa più importante dell’anno. L’unico che va controcorrente è il misantropo Grinch, un essere verde e peloso che vive in una grotta lontano da tutti, insieme al fedele cane Max. Il suo odio verso la festività invernale risale al passato, a causa di prese in giro e atti di bullismo, che continuano ancora oggi. Solo la dolce piccola Cindy Chi Lou e un amore passato (ricambiato?) potranno far sì che quello che il Grinch vivrà sarà veramente un “miracolo di Natale”.

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Dal 1988, il 1 dicembre è indetta la Giornata mondiale contro l’AIDS, voluta dall’ONU, per sensibilizzare la coscienza collettiva riguardo la sieropositività. Parlare di come si sparse questa pandemia sarebbe futile. Molti film invece hanno affrontato quali furono le conseguenze per coloro che ne furono vittime. Uno dei film (forse il primo) che lo affrontò e aiutò nella sensibilizzazione dell’argomento fu “Philadelphia” di Jonathan Demme del 1993.

Siamo nella città del titolo agli inizi degli anni ’90. Andy Beckett (Tom Hanks) è uno tra i più brillanti avvocati di un prestigioso studio legale, rispettato e avviato ad una splendida carriera. Andy convive con Miguel (Antonio Banderas) suo compagno anche di vita, in armonia con amici e famigliari. Un giorno però , un collega di Andy si accorge, sulla fronte di quest’ultimo, una papula significativa, segnale distintivo dell’AIDS. 

Nonostante lo studio avesse affidato ad Andy una causa importante e questo ci si impegni con tutte le sue forze, che cominciano a peggiorare sempre più, i soci, spaventati “dalla novella peste” e non tollerando un omosessuale nel loro ambiente, decidono di licenziarlo “per giusta causa”.  Il giovane decide allora di citare in giudizio i suoi ex datori di lavoro per discriminazione.

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Questa settimana, purtroppo, il nostro paese ha avuto la conferma di un altro evento di cronaca, che sta spingendo la società ad un'analisi sempre più forte: un vergognoso caso di femminicidio (vergognoso ovviamente per chi l'ha commesso). Evento che è avvenuto in prossimità del 25 novembre, la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. La società chiede sempre più un netto cambiamento, chiedendo aiuto all'Arte, compresa la Settima. Una delle pellicole che per prima ci dona un messaggio contrario ad eventi come questi è certamente “Thelma & Louise” di Ridley Scott, del 1991.

In una cittadina dell'Arkansas, due amiche partono per un weekend, lasciando a casa i rispettivi uomini.

Thelma, più giovane delle due, è una casalinga sposata ad un uomo oppressivo e sessista, mentre Louise, vive una relazione priva di soddisfazione. Durante il viaggio, ferme ad un locale country, Thelma viene corteggiata da uno sconosciuto che, approfittando di un momento di malessere da parte di lei, prova a violentarla. In quell'istante sopraggiunge Louise che, armata di pistola, impone all'uomo di lasciar perdere l'amica: alla risposta ingiuriosa da parte dello sconosciuto, Louise, in un raptus d'ira, lo uccide sparandogli un colpo in petto. Prese dal panico, Thelma prova a convincere Louise che la cosa migliore è andare dalla polizia, giocandosi la carte della legittima difesa; ma la donna non è convinta, poiché ammette di aver vissuto il trauma che è riuscita ad evitarle. Iniziando una fuga verso il Messico e braccata immediatamente dalla polizia, le due donne scopriranno non solo una nuova dimensione della vita ma anche parti di loro stesse che non sognavano neanche di possedere.

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Ogni giorni testate e giornali, tramite web, tv o radio, ci bombardano di notizie, senza un'analisi o una comprensione vera e propria. Questa settimana per esempio l'argomento principale è stato lo sciopero generale di venerdì 17 novembre.
Tanti film affrontano il tema dello sciopero, anche se, a mio avviso, uno dei più poetici è “La classe operaia va in paradiso” del 1971, diretto dal romano Elio Petri.
Ludovico Massa, o Lulù (Gian Maria Volontè) è un operaio presso una fabbrica, due famiglie da mantenere e fervido sostenitore dello stacanovismo e del lavoro a cottimo.
Odiato dai colleghi e adorato dai capi, vive la sua vita in completa alienazione. Tutto cambia quando, per estrarre a mano un pezzo di un macchinario in movimento, Lulù perde un dito. Da “ultra-cottimista”, diviene un “ultra-contestatore”, appoggiando i movimenti di sciopero di lotta sociale più estremi.
L'inutile confronto sia con il sindacato più moderato che con i poteri, porta al conseguente – e scontato- scontro con la polizia e il licenziamento di Lulù.
Durante questo periodo, l'incontro con l'ex collega – ora in manicomio – Militina (Salvo Randone) fa capire Ludovico molte cose. La sua vita cambierà o resterà tutto così?

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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