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Munch. Il grido interiore: a Palazzo Bonaparte di Roma si riscopre un artista a lungo dimenticato
Recensione della mostra “Munch. Il grido interiore” a Palazzo Bonaparte di Roma dall’11 febbraio al 2 giugno 2025 a cura di Patricia G. Berman
“Attraverso la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato, ma anche di aiutare gli altri a comprendere la propria”. Note, 1930-34.
Non è per i deboli di cuore la mostra organizzata da Arthemisia in occasione dell’ottantesimo anniversario della scomparsa di un artista a lungo dimenticato, Edvard Munch. Dimenticato perché, a parte al Munch Museum di Oslo, difficilmente le sue opere sono visibili al di fuori del suo Paese, e ancora di più in Italia, dove si conta che l’ultima monografica gli sia stata dedicata ben dieci anni fa. La scelta di riportare sotto i riflettori un artista così poco noto e così tanto tormentato come Munch va solo apprezzata.
L’esposizione prende spunto dall’opera più celebre, L’Urlo, di cui non si ammira la versione più nota ma una rara litografia in bianco e nero realizzata nel 1895. La versione più popolare non è stata prestata a causa della sua fragilità, eppure, la litografia non ne fa sentire la mancanza: qui i colori dissonanti del dipinto si sono trasformati in tante linee particolarmente marcate per trasmettere in modo ancora più diretto ed efficace le vibrazioni di quell’urlo. Quando si arriva ad ammirare la litografia, si è già un po’ scandagliata la profondità d’animo dell’artista, la sua oscurità e quel particolare senso di oppressione che appaiono ben intelligibili nelle sue opere.
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