Lunedì, 15 Aprile 2024
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Una lunga intervista con il cantante per ripercorrere una carriera costellata di grandi incontri, da Kleiber alla Olivero, da Strehler a Muti.

 

 Incontriamo oggi Claudio Giombi,  basso baritono dalla lunga carriera e  dal repertorio vastissimo.

Cantante di spessore vocale notevole e soprattutto di grande intensità scenica, capace di essere un magnifico Scarpia ed un acuto Don Giovanni, fa parte di quegli interpreti che negli anni d’oro del melodramma, si è distinto per affidabilità e competenza nei ruoli di carattere, figure molte volte determinanti per la narrazione drammaturgica, con parti spesso brevi ma tutt’altro che semplici se correttamente eseguite.

Divenne presto un vero esperto in questo ambito, tanto da essere richiesto esplicitamente da alcuni  fra i più grandi Maestri del Secondo Novecento, da Kleiber a Karajan, da Gavazzeni a Muti.

Una carriera importante, che forse ha limitato la popolarità, che sicuramente sarebbe stata maggiore se avesse scelto ruoli  di maggior rilievo, ma che gli ha permesso  di vivere da protagonista spettacoli  che sono entrati nella storia del teatro: fu Sonora accanto a Magda Olivero in ‘La Fanciulla del West’; Leporello con Cesare Siepi; Guglielmo nel ‘Così fan Tutte’ diretto da Peter Maag e con la regia di Mansouri con la Sciutti, Lisa Della Casa, Biancamaria Casoni, Paolo Montarsolo;  Melitone a Parma con Corelli e con Bergonzi a Barcellona, solo per fare qualche nome.

Giombi, che passa i mesi invernali a Casa Verdi ed il periodo estivo sulla costiera triestina,  è  sicuramente un vero vulcano di attività, dalla scrittura alla recitazione, anche grazie a delle basi culturali solide, una sensibilità raffinata ed un senso critico ed autocritico decisamente raro.

 Questa intervista si propone come una occasione un po’ sopra le righe per domande alle volte anche scomode ad  un artista coerente e coraggioso, sicuramente umile  e generoso, che ha scritto pagine musicali memorabili.

  

 

Cominciamo chiedendole che consigli si sente di dare  ai giovani che vorrebbero diventare cantanti lirici? Quali sono secondo lei le doti principali che devono avere?

Cominciamo con la domanda più difficile, insidiosa e forse il quesito a cui ci tengo di più.  Per rispondere alla domanda che forse molti si sono fatti “A cosa è servita la mia presenza su questa terra?” La mia risposta è rimasta immutata nel tempo: “Contribuire a fare il meglio, cercando di esprimerlo e farlo comprendere”. Perciò i miei anni d’insegnamento alla Scuola Civica di Milano ed ora a Casa Verdi sono stati e sono i più belli. Costruire dal nulla una vocalità o peggio correggere i difetti provocati dall’inesperienza o dal cattivo insegnamento, sono momenti di soddisfazione, ti affidano il destino di un giovane, il suo percorso artistico che tu inizi e poi spesso altri distruggono. Un consiglio, fare quello che ho fatto per riuscire, seppure con mezzi vocali modesti ed una scuola di canto incompleta.

 Partire dallo studio teatrale. Oggi, più di ieri, c’e bisogno dell’interpretazione. I primi piani nelle riprese televisive spesso mettono in evidenza le insicurezze, l’immobilismo espressivo o peggio, l’imposto vocale, che non si addice al ruolo e quindi la noia dello spettatore. Registi stranieri che    malapena conoscono qualche parola d’italiano, affrontano il verismo stravolgendolo o peggio cercando di far  diventare veriste  le opere romantiche, e viceversa. Quindi ritorno alla domanda: quali le doti principali di un cantante?  Essere intelligente, opporsi a regie inappropriate, studiare il personaggio prima attraverso la recitazione del testo sulle battute musicali, ovvero declamando con il ritmo della battuta, registrandoti, solo dopo aver assimilato bene il testo accostarsi alla parte musicale, cercando di trovare i colori necessari al ruolo. Purtroppo gran parte degli studenti di canto provengono da Paesi con tradizioni e lingue incompatibili per la voce. Per commemorare il compositore, oggi, ahimè assai ingiustamente dimenticato, Ermanno Wolf-Ferrari, volli dedicargli un Saggio di Canto. Preparai tutto il primo atto in costume del ‘700 con l’opera  ‘I Quattro Rusteghi’, in dialetto veneziano come la commedia di Goldoni. I soprani due giapponesi, un’americana, un tenore coreano. Conoscevano male l’italiano, figurarsi il dialetto. La mia proposta fu quella d’invitarli a Venezia una settimana. Ogni mattina ai mercati, tra la popolazione ascoltando le cadenze musicali del loro dialetto. Bene chi vuole può ascoltare una selezione di quel saggio su Youtube. Una cosa di cui vado fiero e dimostra come il canto nasce dalla parola. 

Intervista a Marco Giorgetti direttore generale del teatro della Toscana

 

Cominciamo con il tirare un bilancio della stagione appena trascorsa, è soddisfatto di come ha risposto il pubblico nella prima, vera, stagione dopo il Covid?

Il Teatro della Toscana cammina nel tempo, un tempo equamente diviso tra passato, presente e futuro, intersecandosi nei ritmi di una stagione teatrale tornata, stabilmente, a riempire il cartellone nel periodo che va dall’autunno alla primavera. Il passato racconta nei modi, nei fatti e nelle traiettorie, lo stato di salute della Fondazione Teatro della Toscana, che si traduce nell’efficacia rappresentativa dei numeri per tutti i suoi spazi. Nella stagione 2022/2023 appena trascorsa, finalmente completa, che ha segnato un decisivo ritorno alla normalità, su un totale di 371 recite si è registrata una presenza di oltre 100.000 spettatori, con 3.500 abbonamenti e oltre 1.200 TT Young Card (membership card riservata agli under30), dimostrazione del sostegno alla programmazione del Teatro della Toscana anche da parte dei giovani. Questa ampia partecipazione ha permesso di decretare il tutto esaurito per la metà delle date in programma nelle sale della Fondazione.

Abbiamo intervistato l'attore Maximilian Nisi, impegnato nelle prove dello spettacolo “Un sogno a Istanbul”, di Alberto Bassetti, per la regia di Alessio Pizzech, tratto dal libro: La cotogna di Istanbul di Paolo Rumiz. Debutto a luglio 2023 al Campania Teatro Festival. Insieme a lui saranno presenti in scena: Maddalena Crippa, Mario Incudine (autore anche delle musiche) e Adriano Giraldi. Le scene e costumi sono curate da Andrea Stranisci e le luci da Eva Bruno. 

Una preziosa occasione per cogliere l'anima della persona ancor prima che dell'attore, per parlare dello spettacolo, del suo sottotesto, della necessità di recuperare la corporeità che, oltrepassando la parola verbale, diviene linguaggio espressivo universale anche fuori dal palcoscenico. E sul senso del.. cammino. 

 

 

Come stanno andando le prove e qual'è per te la situazione ideale per provare?

Mi trovo a Trieste e lo spettacolo è co - prodotto dal Teatro della Contada Teatro Stabile di Trieste e Arca Azzurra che invece è toscana. Anche Paolo Rumix, l’ autore del libro, La Cotogna di Istanbul da cui è stato ideato lo spettacolo teatrale, è triestino e con lui ho avuto modo di confrontarmi. Sono molto soddisfatto dell'andamento delle prove, grazie al modo antico, privo di distrazioni, con cui lavoriamo. Trieste non è dispersiva e invita alla concentrazione, è a misura d'uomo e riflette, per questo, la mia situazione ideale. Tendo a cercare contesti privi del superfluo e di dispersione: la mia situazione ideale è la provincia. Mi sto trovando molto bene con il gruppo capitanato dal regista Alessio Pizzech: puro argento vivo, passione, energia e continua ricerca espressiva sfociata nel lavorare non solo con le parole ma anche sulle immagini. Di fatto non ci sono protagonisti in questo spettacolo, siamo all'interno di una ballata poetica dove sarebbe impensabile scegliere un solo verso senza indebolire il tutto.

Il gruppo è qualcosa di più e di diverso rispetto alla somma di tanti singoli. La sensazione che ho è proprio quella d’essere parte di un tutto, insieme ai miei compagni di lavoro, coesi nella stessa intenzionalità di raccontare qualcosa di importante. È davvero raro, nella mia esperienza, trovare un’ armonia simile tra strumenti diversi che, seppur separati, suonano la stessa musica, come una doppia corda di alcuni strumenti, ovvero due corde che suonano la stessa melodia pur rimanendo distinte. 

Incontriamo una delle grandi protagoniste del teatro dell’opera del Secondo Novecento, la signora Bruna Baglioni.

 

Mezzosoprano autentico, dalla voce ricchissima di colori, con un centro solido e possente, bassi suadenti ed acuti come lame,  capace di non cadere nella tentazione  di aprirsi ai ruoli di soprano e lavorare con tenacia e costanza, consegnandoci ruoli di grande valore musicale e di forte impatto scenico, grazie alla capacità di dare sempre una interpretazione personale dei vari personaggi. 

Il suo repertorio è ricco di titoli di grande impegno: da ‘La Favorita’ a ‘Don Carlo’;  da ‘ Cavalleria Rusticana’ a ‘La Gioconda’; da ‘Il Trovatore’ ad ‘Aida’ e di lei si è sempre parlato come di una professionista seria, appassionata, affidabile. 

Una donna determinata, diretta, schietta, capace di essere se stessa e di non vivere la popolarità  in chiave divistica e superficiale, ma di porsi al servizio del canto con umiltà e dedizione. 

Da quando ha lasciato il palcoscenico, peraltro con una voce ancora prodigiosamente integra, la signora si è dedicata all’insegnamento.

Questo  nostro incontro è l’occasione per conoscere meglio questa artista, così acclamata dagli amanti dell’opera e così schiva  ad apparire su giornali e riviste, ma anche per compiere un viaggio nella sua carriera, conoscere gli esordi, capire l’importanza che hanno avuto  i suoi Maestri, che le sono stati affianco fino a pochi anni fa; cogliere  il suo atteggiamento verso una professione che lei ha saputo sublimare,, ma che prima di tutto è impegno, lavoro, fatica, studio.

Sicuramente una donna tutta d’un pezzo, che fra le righe manifesta la stima per la figlia, apprezzata agente teatrale, ma  che sente il bisogno di  chiarire l’assoluta distanza dalla sua carriera, perché nel mondo dell’arte si va avanti per i propri meriti, ci si deve guadagnare tutto in prima persona e non ci devono essere facilitazioni od ostacoli smussati.

Così è stato per lei e questo le ha permesso una carriera lunghissima, senza cedimenti, che l’ha portata sui principali palcoscenici del mondo, consacrandola una vera regina dell’Arena, decisamente teatro non facile per la voce; amata primadonna del Metropolitan; trionfatrice di una delle serate più tese della storia della Scala; ma anche sempre disponibile ad esibirsi nella cosiddetta ‘provincia’, perché l’Arte vera non ha categorie preconcette, gerarchie e pregiudizi.

Nonostante il successo internazionale, quello che emerge non è una cantante autoreferenziale, ma una donna preoccupata per il futuro del teatro,  che non perde tempo in faziosità, ma chiede con determinazione  che la politica abbia il coraggio di scendere in campo in difesa dei giovani cantanti, che non celebra i tanti applausi ricevuti, ma l’importanza delle tante audizioni fatta, il valore dello studio e della fatica, il coraggio dei Direttori Artistici capaci di puntare sui nomi emergenti, l’etica dei grandi Maestri che riconoscevano il valore degli sconosciuti.

Un incontro che è una lezione di eleganza e di modestia, di competenza e di coerenza.

Cominciamo questa intervista proprio con una domanda che riguarda questa seconda fase della sua carriera.

 

Che consigli si sente di dare  ai giovani che vorrebbero diventare cantanti lirici? Quali sono secondo lei le doti principali che devono avere?

La prima cosa da avere è la testa, poi la voce e da ultimo ma non per minore importanza, la voglia di studiare assiduamente che dovrà accompagnare il cantante fino all’ultimo giorno della carriera. Studio, studio, studio senza cercare scappatoie e raccomandazioni, senza pensare di essere il primo della classe, perché questo devono dirglielo gli altri che lo ascoltano.

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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